Radunate i parenti

Per le feste di Natale ho fatto le extension alle ciglia.

Ogni pelo del mio occhio sapientemente allungato da altrettanti peli di non  meglio specificata provenienza.

Settanta per palpebra. Una cosa sobria.

Considerato che a nessun veglione, festa danzante o party esclusivo avrei potuto ostentarle, vista la presenza di un figlio di quattro mesi scarsi,  avevo già abbandonato il proposito di diventare protagonista di originalissime foto con bicchiere in mano e sguardo da figa.

“Ma non finisce mica il cielo”, insomma, Natale è per eccellenza la festa delle famiglie, nonché l’occasione migliore per rivedere i parenti lontani, mostrando loro l’eccellente ripresa post-partum.

Le mie meravigliose ciglia finte sarebbero servite a distogliere l’attenzione dalle occhiaie, figlie di notti insonni, e il correttore avrebbe ultimato il piano ordito dalla vanità.

E’ il primo gennaio, i parenti lontani sono vicinissimi ed io come al solito ho dormito poco, ma già so come ovviare al problema.

Faccio per alzarmi, quando i dolori alle ossa mi danno il buongiorno, un attimo prima che la gola paia non voler far passare nemmeno i miei consueti due bicchieri d’acqua, atti a tenere a bada la ritenzione idrica.

La mia temperatura corporea, che normalmente si aggira intorno a un cadaverico 35.5, arriva in poche ore a un bel 38 pieno, cosa che comunico a tutti, al grido di “Radunate i parenti!”.

Anzi, no, facciamo che non vengano i parenti, che io sono in un poco festivo e scoordinato pigiama + vestaglia in pile, e con gli occhi gonfi come una murena; i capelli, quelli per fortuna li ho lavati ieri. Ché quando diventi madre capisci il senso profondo di “non rimandare a domani quello  che puoi fare oggi”, del tipo che il lunedì a colazione mangi fino al pranzo del mercoledì compreso.

Sconfortata, attendo l’arrivo degli ospiti sul divano, con le fattezze di una medusa adagiata sull’arenile, accarezzando la smisurata curva delle mie ciglia, al ritmo dei respiri affannati.

Loro entrano, nei vestiti della festa in cui domani non entreranno più,  ed io decido di puntare sulla pietà.

La cena fila liscia, con me che racconto fino allo sfinimento di com’è che ho scritto un libro e aperto un blog e le presentazioni che farò eccetera eccetera, ché tanto vale mostrarsi intelligenti, quando non puoi sembrare gnocca.

Felice di aver suscitato l’interesse di qualche commensale -certo, la zia Titina dorme dall’antipasto di salmone affumicato- mi alzo per rispondere al pianto di mio figlio. Ed è mentre mi sforzo di avere un passo fluido e regale, a dispetto dei dolori, che la merdosissima uva passa di uno dei quindici panettoni mi finisce sotto la ciabatta, facendomi fluidamente cadere fra le risa generali.

Inchino, fiori sul palco, sipario.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.