Stupore in fiocchi

In questi giorni è arrivata la neve. Qui al Sud non è cosa solita.

Noi del Sud siamo per antonomasia soliti al sole e alle alte temperature.

Noi del Sud già a dieci gradi abbiamo esaurito ogni contromisura possibile al freddo: maglioni di pile, cappelli di lana, stivaletti imbottiti di pelame ignoto, coperte termiche, termosifoni e, nei casi di freddo più intenso, pure i bracieri.

Eppure la neve ci piace. Ci piace guardarla dai vetri mentre si posa su spiagge ed altre certezze; mentre trasforma le geometrie note.

La neve ci piace pure toccarla, così usciamo per strada, per metterci dentro le mani e scoprire quale mai sia la consistenza dello stupore.

Quand’ero bambina ci andavo ogni inverno, sui monti di fronte la costa, che io e papà indagavamo per vedere quand’è che arrivava.

L’attrezzatura da gita invernale non prevedeva granché: sacchi neri, quelli per la spazzatura, da indossare a mo’ di mutandoni, doposci (unica cosa lontanamente professionale) e mutande di ricambio, considerata la scarsa tenuta dei sacchi.

Arrivati sul posto, papà preparava la pista lanciandovisi per primo ed io lo seguivo nel solco già fatto. La tecnica sciistica era per tutti quella del culo per terra. Avanti così per un po’, fino a quando si era completamente bagnati ed infreddoliti; a quel punto si rientrava in macchina, i glutei coperti dalle stalattiti, dove i bocchettoni dell’aria condizionata rendevano meno arduo il cambio delle suddette mutande.

Ormai è da tanto che non scio più e il freddo lo soffro non poco.

Eppure la neve mi piace. Mi piace guardarla dai vetri mentre si posa sulle certezze, mentre trasforma le geometrie di ciò che mi è noto. Io alle mani soffro di geloni, ma la neve mi piace pure toccarla, per scoprire quale mai sia la consistenza dello stupore.

Ecco, io credo che in fondo la neve sia il modo in cui Dio ricorda ad ognuno di meravigliarsi.

 

 

 

 

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