Scatole speciali

Già da diversi anni non ci vivevo più, ma standoci i miei, restava comunque casa mia.

Poi un giorno loro se ne andarono in una nuova, più comoda di certo e, forse, più bella. Mi resi  conto tardi che dovevo dirle addio.

Addio al balcone su cui bambina mi agitavo credendo di fare ginnastica; lo stesso sul quale, più grande, mia nonna mi lesse l’Odissea. Addio al corridoio in cui lo zio Frank mi fece togliere le rotelle alla bici e che per me e papà fu campo di calcio e pallavolo. Corridoio in cui rotolarono birilli, volarono aerei di carta, frecce, volani.  E quadri, quadri assai.

Addio anche alla porta, da cui spuntava il sorriso di mia nonna, e ad ogni spigolo pieno dei ricordi di una bimba, cresciuta, ma non troppo; non abbastanza da imparare a dire addio. Ma tanto quello non si impara mai, lo si dice e basta, quasi per inerzia, serbando dentro un angolo di cuore tutto ciò che è stato.

Un angolo di cuore come uno scatolone, in cui tutti ordinatamente riponiamo quelle cose che non possono più essere, così da trovarle subito quando vogliamo farci male: progetti, liste di cose che avremmo dovuto ricordare, vecchie foto e sogni usciti fuori dai cassetti.

E chissà di che materiale è fatta la vita stipata nelle scatole interiori, ché ad annusarla dopo tanto tempo non sembra neanche andata a male.

 

 

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