Uno nove quattro

L’aborto torna periodicamente a far parlare.

Eppure, l’interruzione di una gravidanza farebbe parte di quella sfera così strettamente personale, nel cui merito non dovrebbe entrare nessuno se non il diretto – diretta in questo caso – interessato.

Nei giorni in cui la maternità era solo un miraggio, oltre che la favorita fra le mie ossessioni, è capitato di confrontarmi, per motivi diversi, con alcune donne che in passato avevano scelto di abortire, ciascuna per le proprie ragioni.

Io, reduce da un aborto, che la medicina definisce spontaneo e gli altri cose che capitano, mi sono chiesta spesso perché fosse successo a loro, a loro e non me, che un figlio lo volevo. E talvolta, lo confesso, me lo sono chiesta in lacrime.

E talvolta ho pensato che la vita è un po’ una merda, perché io avrei camminato a testa in giù per non perderlo quel figlio, mentre loro, per riuscire ad abortire, hanno dovuto fare quasi carte false. E scontrarsi con chiunque, dai medici ai parenti, ritenesse sbagliata quella scelta.

Ma le scelte così strettamente personali hanno la semplicità di ciò che non è sindacabile, per cui giusto e sbagliato sono concetti non adoperabili.

Tralasciando il fatto che chi parla di tutela della Vita farebbe bene a considerare, che  una donna decisa ad abortire troverà il modo per farlo, anche a costo dell’esistenza propria. Che è proprio l’esistenza che tutelano.

Tralasciando il fatto che di aborto parla anche una legge e, a quanto pare, ha smesso già da un po’ di essere un reato.

 

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