Fuori stagione

Quell’anno l’estate era finita un poco prima.

Era venerdì e, come ogni sacrosanta settimana estiva, tornavo nella casa che tuttora impropriamente definisco mia.

Quell’anno l’estate era finita una sera di settembre, in cui una tempesta di fulmini mi accolse con mia madre, ombrelli e infradito, che chiedeva, a se stessa più che a me, chi diavolo me lo avesse fatto fare.

Non so se l’ho mai detto, ma io ho una passione per i temporali. E non so neanche se ho mai detto questo, ma la mia Terra è addirittura più bella durante la tempesta. Durante la tempesta, che sia di cielo o mare, la natura sfoga i propri malumori e, per una catarsi che non so spiegare, è come se sfogasse pure i miei.

Così, espletati velocemente i saluti rituali, mi diressi sul balcone, postazione favorita sin da piccola, per aspettare che si placasse l’aria. Balcone da cui oggi non posso più guardare ma che – ironia della sorte – posso osservare da quello della nuova casa dei miei che, per inciso, mia non sarà mai.

Balcone da cui, quella sera in cui finì l’estate, vidi fulmini cadere sopra il mare, in un silenzio rotto solo da un vicino di terrazzo stagionale, improvvisatosi tenore.

Si affacciò senza preavviso e a petto nudo, come il noto egoista di una pubblicità, e cominciò a cantare, quasi a voler intimorire i tuoni.

Torna maggio e torna ‘ammore: fa’ de me chello che vuó. Torna maggio e torna ‘ammore: fa’ de me chello che vuó.

 

 

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