Paranoie paramediche

Se il buon-giorno si vede dal mattino, il mio era cominciato con tutti i sentimenti. Che è un modo carino che abbiamo noi del Sud per intendere che la giornata si preannunciava male. E con male intendiamo proprio di merda.

Il mio umore, notoriamente regolato dall’utero, quella mattina era particolarmente nero, e lo specchio impietoso del soggiorno aveva contribuito a mantenerlo tale, restituendo un’immagine di me invecchiata di vent’anni, con tanto di mollettone fra i capelli (sporchi), due odiosissime rughe d’espressione fra le sopracciglia, perfette –almeno queste- perché tatuate, ed occhiaie d’ordinanza. A questo si aggiunga un ormai ricorrente dolore cervicale.

E se fino a un anno fa avrei assecondato l’istinto di rimettermi a letto, stavolta lo spettacolo, sebbene raccapricciante, doveva continuare.

Ma tra  pappe, pannolini e pianti da consolare in braccio per acuire la suddetta contrattura cervicale, grazie al Cielo mi resta anche il tempo per coltivare le mie paranoie. Dal sentirmi inadeguata come madre moglie amica e persona in generale, alla ricerca del senso della vita, passando avanti e ‘ndre sugli sbagli commessi dall’asilo ai giorni nostri.

Così, mentre il mio livello di intolleranza nei confronti del prossimo e di me stessa è giunto ai massimi storici, mia madre mi chiede la gentilezza –dico, ma mi hai guardata in faccia, ti sembro una che ha voglia di essere gentile?- di andare in sua vece da un’anziana cugina, per somministrarle l’iniezione quotidiana. Ora, non per vantarmi, ma nella pratica in questione ho maturato circa un anno di esperienza, fra  gestazione e ricerca della stessa. Il fatto che non avessi mai penetrato carni diverse dalle mie, mi è parso marginale, per cui acconsento alla richiesta materna. Più per orgoglio, che per gentilezza.

Dismesso il pigiamone in favore di un jeans senza pretese, comincio a pensare a quanto ciò che mi pareva secondario fino a un secondo prima, forse forse non era tanto irrilevante. Cioè, io non sono mica un medico e mica basta farsi una o più siringhe per diventare un’infermiera. E non dimentichiamoci che sono paranoica e ipocondriaca, per me e il prossimo mio.

E se la povera vecchina mi tira le cuoia mentre io inietto? E se mentre penetro vado in panico , la mano mi trema e le spezzo dentro l’ago?

E se nella siringa c’è un po’ d’aria ed io becco la vena? Sì, lo so che è una sottocutanea, ma che ne so a che altezza stanno le vene, io, mi devo fidare di quello che dicono. E io non mi fido mai di nessuno.

Ok, qui comunque vada domani sarò almeno sui giornali locali. Ma se mi tiro indietro ora mia madre è la volta buona che chiama la Neuro, quindi vado e stop. Però controllo prima di avere degli slip decenti,  che finire in commissariato è un po’ come andare all’ospedale: va bene tutto, ma le mutande devono essere a posto. Te l’immagini un omicidio colposo col perizoma sfilacciato? No, eh.

Prima di uscire do un drammatico bacio a mio figlio, già immaginando la sua vita con una madre dietro lo sbarre –latitante no, son troppo onesta- e chiudo la porta alle mie spalle. Senza voltarmi indietro.

Giunta a destinazione, eseguo il compito affidatomi, ma non prima di aver espletato le mie maniacali pratiche igieniche, ché un conto è spezzare un ago, un altro veicolare un’infezione.

Somministrata l’iniezione, abbandono la dimora della malcapitata e, superato l’istinto di andarmi a costituire per ricevere uno sconto della pena eventuale, rientro finalmente a casa.

Passato qualche minuto, simulo disinteresse e chiedo notizie a mia madre, che per fortuna non ne ha.

Sono attualmente passate ventiquattro ore e l’anziana cugina lotta ancora tra noi.

Vero è che, a pensarci bene, l’incubazione di un qualsivoglia virus dura più di un giorno. Ma le mani le ho lavate, sono certa.

Probabilmente le avrò parlato troppo da vicino.

 

 

Desy e il posto che non c’è

Non luogo è per antonomasia il Centro Commerciale.

Eppure a me non luogo sembra anche quello in cui mi trovo, perché pure il tempo qui pare che non sia. Non luogo, quello in cui adesso scrivo, perché non dovrebbe essere.

Ma di gente dentro ce n’è tanta. Gente che è qui perché invece vuole essere.

Il mio primo non incontro ce l’ho con Desirée. Desy per gli amici e qui lei ne ha parecchi. Ha un bel sorriso Desirée e lo regala a tutti. E a tutti manda baci, di quelli forti, con lo schiocco.

Desy vuol sapere quale sia il mio nome e vuol sapere il come, il quando ed il perché di tutto ed evidentemente vuol saperlo molto, perché me lo domanda ogni volta che mi vede. È bella Desy, bambina dentro un corpo frettoloso di diventare adulto. Desy questa sera è entrata scalza dentro la mia stanza, chiedendomi chi fossi, con la fiducia di chi forse lo sa già.

Prima di andare via mi ha accarezzato sulla parte sinistra dello sterno, o detto in maniera più banale, mi ha sfiorato inconsapevolmente il cuore.

 

 

Camera con vista

Avevo vissuto in quel luogo anni prima. Più precisamente, avevo vissuto -quasi consumato- quel luogo.

Anni prima.

Tutti i giorni lo stesso viale pieno di vita e di vite, tutte con gli occhi pieni di sonno e di sogni. Tutte di fretta, in perenne ritardo, a rincorrere i treni di un’intera esistenza.

Lo stesso viale che oggi vedo dalla finestra, ma con gli occhi pieni di sogni diversi; il sonno, per la verità, è invece lo stesso, ma questo non c’entra. E dalla finestra mi sembra di scorgerla quella ragazza di qualche anno fa, mentre col passo veloce vuole nascondere il senso di inadeguatezza, che però continua a pesarle, dentro la sacca fra le dispense.

Quella ragazza la osservo da questa finestra, o per meglio dire la spio, perché lei non mi può vedere, neanche se guarda nella mia direzione.

Perché lei non lo può immaginare, mentre sta inseguendo i suoi anni, che i suoi anni, da una finestra, la stanno guardando, insieme a quel figlio che pensa non avrà mai.

Chissà dietro quale finestra è nascosta la me che sarò; chissà se mi ha vista e riconosciuta.

E chissà se mentre mi aspetta mi sta sorridendo, come adesso io sorrido alla ragazza di qualche anno fa, quasi a dirle: sono qui, fa’  pure con calma.

 

La cura

Le chiacchiere non hanno mai avuto su di me grossa attrattiva.

Le parole, quelle mi sono piaciute sempre. Perché le chiacchiere lasciano solo il tempo che han trovato, le parole invece sanno come fare per restare.

Le chiacchiere sono sempre vili. Belle o brutte, le parole hanno sempre dignità. E ciascuno ha la propria favorita. La mia ci ho messo tempo per trovarla, nel senso che era lì ma ben nascosta, così che io non la vedevo. La mia parola è cura, quella si chiede e quella che bisogna dare.

La mia parola è cura, perché tutti dovremmo avere chi di noi ne abbia e se ne prenda. Di tutte le parole cura è la più nobile, perché è un insieme di cose indispensabili.

È una carezza sulla nuca mentre sei di spalle, è lo zucchero in un caffè che non hai richiesto, è prenderti per mano perché in braccio pesi troppo; è un sorriso quando stai girato, è un vaffanculo quando stai girato, ché quando è troppo è troppo.

Ed è restare in silenzio quando non puoi fare altro. Quando non sai fare altro.

Ecco, io credo fermamente che il pacchetto base della nostra vita dovrebbe includere qualcuno che di noi si prenda cura.

 

Coriandoli

I primi erano a terra in questi giorni, caduti quasi assieme con la neve.

I primi coriandoli, come le luci che ormai da qualche anno, già a novembre, annunciano il Natale. E se c’è una ricorrenza che amo oggi come ieri, se non anche di più, è proprio il carnevale. La meraviglia di sentirsi qualcun altro per un giorno. O semplicemente di essere sé stessi, ma un poco più leggeri.

Mettere una maschera che tiri via quella delle convenzioni, che non ci nasconda ma ci affranchi dal peso quotidiano del prendersi sul serio. Questa è sempre stata la mia idea di carnevale: un gioco che liberi dal giogo.

Carnevale è un appunto sopra il calendario, per ricordarsi di cercare il ridicolo dentro ad ogni cosa e, soprattutto, per ridere di sé.

 

Scatole speciali

Già da diversi anni non ci vivevo più, ma standoci i miei, restava comunque casa mia.

Poi un giorno loro se ne andarono in una nuova, più comoda di certo e, forse, più bella. Mi resi  conto tardi che dovevo dirle addio.

Addio al balcone su cui bambina mi agitavo credendo di fare ginnastica; lo stesso sul quale, più grande, mia nonna mi lesse l’Odissea. Addio al corridoio in cui lo zio Frank mi fece togliere le rotelle alla bici e che per me e papà fu campo di calcio e pallavolo. Corridoio in cui rotolarono birilli, volarono aerei di carta, frecce, volani.  E quadri, quadri assai.

Addio anche alla porta, da cui spuntava il sorriso di mia nonna, e ad ogni spigolo pieno dei ricordi di una bimba, cresciuta, ma non troppo; non abbastanza da imparare a dire addio. Ma tanto quello non si impara mai, lo si dice e basta, quasi per inerzia, serbando dentro un angolo di cuore tutto ciò che è stato.

Un angolo di cuore come uno scatolone, in cui tutti ordinatamente riponiamo quelle cose che non possono più essere, così da trovarle subito quando vogliamo farci male: progetti, liste di cose che avremmo dovuto ricordare, vecchie foto e sogni usciti fuori dai cassetti.

E chissà di che materiale è fatta la vita stipata nelle scatole interiori, ché ad annusarla dopo tanto tempo non sembra neanche andata a male.

 

 

ll posto del caffè

Stamattina, prima di uscire, mia suocera ha detto: Miriam, se vuoi farti il caffè, vedi che nel barattolo è finito. Il pacco nuovo lo trovi nello stipo all’ingresso.

Scaffale 3, posto 17 aggiungo io. Sì, perché tutto ciò che è in casa di mia suocera non è che sia semplicemente ordinato, no,  è catalogato. Catalogato e riposto in chiccheri, ovvero contenitori in plastica o in vetro, ermeticamente chiusi, di dimensioni variabili a seconda dell’oggetto da contenere. E di chiccheri mia suocera ne ha un numero che nessuno ancora è mai riuscito a calcolare, considerando che per ogni cosa contenibile ne possiede almeno due, casomai uno si rompa o scompaia per sempre, dopo essere stato prestato a gente come me.

Comunque, dicevamo, il caffè. Certo che voglio il caffè. Non appena finisco col pupo, pappa, pupù, poi nanna, mi preparo il caffè.

Il pupo è dormiente, per cui si può fare. Scaffale 3, posto 17: il caffè non c’è. C’è però l’origano essiccato da zia Rosa nel febbraio del 2016, buono a sapersi, ma non credo possa tornarmi utile al momento. Guardo un attimo le posizioni limitrofe e non tardo a scovare il caffè, slittato ad un inspiegabile posto 19. Ma ciò che conta è il risultato.

Vado in cucina e prendo il barattolo da rimpinzare. Siccome mi conosco, sul tavolo in cui mi accingo ad agire sistemo un lenzuolo di tovaglioli di carta, così da non sporcare il piano su cui, in quanto a igiene, si potrebbe eseguire con serenità un intervento al miocardio. Verso il termine dell’operazione, quella di rimpinzamento non quella al miocardio, mi sorge il dubbio che la capienza del barattolo non sia sufficiente a contenere l’intero pacco. Considerando, però, che queste cose mia suocera le ha pensate prima che il caffè fosse importato dalle Americhe, mi rilasso e procedo, ché al massimo avrei trovato un post-it con su scritto Se dovete rimpinzare il barattolo, sappiate che il caffè contenuto nel pacco, ubicato nello scaffale 3 posto 17 (o 19 non ricordo) non ci entra tutto: regolatevi.

Ma anche le suocere sono perfettibili, per cui in pochi istanti il caffè prende il sopravvento, finendo ben oltre il lenzuolo precauzionale precedentemente steso: tutti gli asettici chiccheri del tavolo contaminati dalla polvere nera. Panico.

Corro nello stipo dei prodotti per la casa, affianco a quello dei presidi medico-chirurgici, e prendo il primo straccio che mi viene a tiro. Pulisco tutto. La chiave di mia suocera è ormai dentro la toppa. Ingoio lo straccio.

Ah, brava, Miriam, ti stai facendo il caffè! …Sì! Per Voi quanto zucchero?

 

 

Il bimbo e il mare

Ha detto la mia mamma che domani ci riposeremo.

Sì, perché, sapete, io scappo da una vita. Va bene che è da poco che sto al mondo, ma posso garantirvi che è difficile anche nascere scappando.

E poi, è vero che non ho molti anni, ma c’ho esperienza nel settore, perché noi scappiamo di famiglia. Mamma, per esempio, scappando mi ha allattato, per raggiungere papà che era già scappato.

Ancora adesso lo stiamo raggiungendo, anche se io di questo gioco di scappare sono un poco stanco e vorrei tornare a casa. Mamma però mi ha detto che sono stato bravo e per premio stanotte mi porta sopra il mare.

Il mare è un’acqua che sta in mezzo alla terra: io non lo conosco, ma dicono che è bello.

Si è fatta sera ed io ho fame e freddo. Mamma mi ha detto che mangeremo dopo, dopo che avremo visto il mare.

Con noi c’è tanta gente. Tutti saliamo su una cosa che inizia a dondolare e tutti dicono che è il mare. Eppure non lo  vedo, non vedo quasi niente, solo il viso di quelli attorno a me, che a un certo punto iniziano a gridare.

Saranno freddo e fame anche per loro, penso io, che a questo punto piango, che se lo fanno tutti, posso farlo anch’io.

Ho deciso, il mare non mi pace, perché si muove troppo, non si vede e fa sentire freddo. E fa sentire acqua, perché ora me la sento addosso. Ed è anche addosso alla mia mamma.

Il mare, forse, non è così cattivo.

Il freddo ora è passato. Sono tornato a casa. C’è pure il mio papà.

 

-A tutti coloro che vivono scappando-

 

Stupore in fiocchi

In questi giorni è arrivata la neve. Qui al Sud non è cosa solita.

Noi del Sud siamo per antonomasia soliti al sole e alle alte temperature.

Noi del Sud già a dieci gradi abbiamo esaurito ogni contromisura possibile al freddo: maglioni di pile, cappelli di lana, stivaletti imbottiti di pelame ignoto, coperte termiche, termosifoni e, nei casi di freddo più intenso, pure i bracieri.

Eppure la neve ci piace. Ci piace guardarla dai vetri mentre si posa su spiagge ed altre certezze; mentre trasforma le geometrie note.

La neve ci piace pure toccarla, così usciamo per strada, per metterci dentro le mani e scoprire quale mai sia la consistenza dello stupore.

Quand’ero bambina ci andavo ogni inverno, sui monti di fronte la costa, che io e papà indagavamo per vedere quand’è che arrivava.

L’attrezzatura da gita invernale non prevedeva granché: sacchi neri, quelli per la spazzatura, da indossare a mo’ di mutandoni, doposci (unica cosa lontanamente professionale) e mutande di ricambio, considerata la scarsa tenuta dei sacchi.

Arrivati sul posto, papà preparava la pista lanciandovisi per primo ed io lo seguivo nel solco già fatto. La tecnica sciistica era per tutti quella del culo per terra. Avanti così per un po’, fino a quando si era completamente bagnati ed infreddoliti; a quel punto si rientrava in macchina, i glutei coperti dalle stalattiti, dove i bocchettoni dell’aria condizionata rendevano meno arduo il cambio delle suddette mutande.

Ormai è da tanto che non scio più e il freddo lo soffro non poco.

Eppure la neve mi piace. Mi piace guardarla dai vetri mentre si posa sulle certezze, mentre trasforma le geometrie di ciò che mi è noto. Io alle mani soffro di geloni, ma la neve mi piace pure toccarla, per scoprire quale mai sia la consistenza dello stupore.

Ecco, io credo che in fondo la neve sia il modo in cui Dio ricorda ad ognuno di meravigliarsi.

 

 

 

 

Lettere lontane

Alla Befana io ci credo. Ci ho creduto sempre.

E pure a Babbo Natale, per dir la verità. Insomma, a tutti quelli che, senza palesarsi, erano soliti lasciarmi dei regali.

Ora, non che io sia una credulona, ma se mamma e papà mi dicono che è vero, è vero senza dubbio. Perché mamma e papà bugie non me ne hanno dette mai.

Per cui, la lettera io l’ho scritta sempre, all’uno come all’altra, pur senza mai specificare una richiesta; era piuttosto una lettera di cortesia, per sapere a distanza di un anno come stessero, che sai com’è a una certa età. Per il regalo lasciavo libertà d’azione, perché ad essere sincera nemmeno da bambina ho mai desiderato nulla. O almeno nulla che entrasse dentro un pacco. E allora scrivevo “fate voi”, ché tanto a me bastava trovarlo sotto l’albero e toccarlo; mi piaceva immaginare dalla carta cosa fosse, ma soprattutto mi piaceva l’idea che lo avessero portato loro, da lontano.

Che fossero venuti quella notte, a lasciarlo lì per me. E che avessero bevuto il latte coi biscotti che lasciavo io per loro.

Quella notte in cui io fingevo di dormire, perché lo sanno tutti che, una volta che li vedi, non ritornano. E io, lo giuro, non li vidi mai.

Eppure, a un certo punto, non sono più tornati. Perché sono cresciuta, io credo.

I genitori dei miei amici, un giorno, confessarono: Babbo Natale e la Befana erano sempre stati loro.

I miei, invece, no; papà addirittura diceva di aver visto la slitta prima, e poi la scopa, dalla finestra della mia stanzetta. E ve l’ho detto che se mamma o papà mi dicono qualcosa, è vera senza dubbio.

Comunque, visto che ormai sono cresciuta e loro vanno solo dai bambini, io la lettera non la scrivo più; però c’ho ancora conservate quelle loro. Perché a me Babbo Natale e la Befana, oltre al regalo, lasciavano pure la risposta.