Manuale di sopravvivenza

Quando ho deciso di pubblicare la mia storia, ero consapevole che avrei condiviso delle emozioni.

Quel che non sapevo è che non erano le mie, o almeno non soltanto.

Un libro è ciò che prova chiunque lo legga e le pagine che ho scritto non fanno eccezione; così Voglia di fragole può essere banale e eccezionale al tempo stesso, a seconda del lettore che ne condivide o meno un pensiero o una sensazione.

Allora accade, dunque, che un libro che era mio diventi di chiunque, o almeno  di chiunque dietro  un rigo vede il proprio, anziché il mio vissuto.

E questo è estremamente bello. È bello leggere che vi ci siete ritrovate, che in qualche modo vi ha aiutato o che vi ha dato forza. Che vi ha fatto sentire meno sole.

C’è chi mi ha scritto di averlo letto tutto, rileggendo poi più volte un capitolo su tutti. E ho pensato che allora, al di là dell’ironia, può essere davvero un manuale da consultare a seconda del momento.

Quando ho deciso di pubblicare questa storia, probabilmente è allora che ha smesso di essere la mia.

 

Letto a tre piazze

Ebbene, lo confesso: mio figlio dorme in mezzo.

E non ogni tanto, quando magari si sveglia nel cuore della notte e non riesce a riaddormentarsi. No, mio figlio dorme in mezzo fra me e il  papà perché il suo posto è quello.

Mio figlio dorme in mezzo perché per nove mesi mi ha dormito dentro e – anche questo vi confesso – in mezzo sono io che ce l’ho messo. Perché per nove mesi gli ho dormito attorno e in mezzo è quanto di più vicino io sia riuscita a fare.  E perché domani, già lo so, sarà lui a chiedermi più spazio, a chiedermi un suo spazio.

Allora faccio oggi il pieno del suo odore, del suo fiato e delle sua mani che cercano il mio viso. Perché domani, già lo so, potrò solo ricordarlo.

Mio figlio dorme in mezzo, o forse sono io, piuttosto, che gli dormo accanto.

 

Madri

Esiste un luogo, io credo, in cui ogni bambino attende, paziente, la propria Madre Mancata. E ogni bambino è diverso, per cui non c’è il rischio di far confusione.

C’è quello pigro, che tarda a venire, quello indeciso, che si affaccia e poi ci ripensa, impegnando un ventre per troppo poco, giusto il  tempo di dare uno sguardo sul mondo che lo sta aspettando. E quello che al mondo invece è arrivato, ma senza qualcuno da chiamare Mamma.

Così ogni donna che sarà madre sa esattamente in quale luogo, geografico oppure del cuore, il suo bambino si farà trovare. E se anche  nessuno ci potrà dire se ci voglia un istante o la vita intera per farli incontrare, io sono certa che dovrà accadere.

Perché esiste anche un tempo, io credo, in cui ogni bambino che attende paziente troverà braccia per farsi cullare.

Perché esiste un tempo, io spero, in cui ogni Madre Mancata stringerà a sé quel figlio che non sapeva arrivare. Ed è un tempo in cui per, un attimo, il tempo si dovrà fermare.

 

Start

Fra una settimana parto per un viaggio. E sono felice, ma allo stesso tempo spaventata.

Un viaggio insieme a Voglia di fragole.

Un percorso di cui non so assolutamente nulla e in cui di definito c’è solo qualche data. Un percorso che magari – magari no – si risolverà in bolle di sapone, ma la cui rotta, nel frattempo, non posso controllare. E io odio quando qualcosa non si lascia controllare.

Vabbè, facciamo le persone oneste,  più che di odio si tratta di paura, per dirla tutta, proprio strizza. Ma tanto, arrivata a questo punto, non posso più tornare indietro, per cui Forza e Coraggio!

Anche perché, parafrasando quello che una volta disse una delle mie poche amiche, il coraggio non è assenza di paura, ma la capacità di tenerla bada il tempo necessario a fare ciò che serve.

E a me ora serve di partire. Chi ha voglia di farmi compagnia?

P.S. Non che ci voglia molto, ma scrivo meglio di quanto fotografo.

 

Voglia di fragole

Ricordo a memoria il primo capitolo, quello che poi è diventato il capitolo zero. E ricordo a memoria quel pomeriggio di quasi tre anni fa, quello in cui, rientrata a casa, mi misi davanti al PC.

Un pomeriggio di merda, per dirla con franchezza, non diverso dai molti di quell’epoca. Un pomeriggio di merda, esattamente così come mi sentivo.

Lui mi spronava a reagire, a guardare le cose con lucidità, ché scindendo i problemi reali dalle paranoie è più facile affrontarli. Quel pomeriggio provai a dargli retta, lasciando alle dita sulla tastiera il compito arduo di far da setaccio.

Così quel capitolo, che ora ricordo a memoria, fu presto seguito da altri, che col tempo trovarono anche l’esatta reciproca collocazione. Quello, però, è sempre rimasto il primo fra tutti. E, resti fra noi, fra tutti il solo a cui non ho mai cambiato neppure, letteralmente, una virgola.

Non credevo, in quel pomeriggio di merda, che le mie parole avrebbero avuto un corpo. E – forse sarò anche di parte – non mi sembra sia poi così male.

 

Uno nove quattro

L’aborto torna periodicamente a far parlare.

Eppure, l’interruzione di una gravidanza farebbe parte di quella sfera così strettamente personale, nel cui merito non dovrebbe entrare nessuno se non il diretto – diretta in questo caso – interessato.

Nei giorni in cui la maternità era solo un miraggio, oltre che la favorita fra le mie ossessioni, è capitato di confrontarmi, per motivi diversi, con alcune donne che in passato avevano scelto di abortire, ciascuna per le proprie ragioni.

Io, reduce da un aborto, che la medicina definisce spontaneo e gli altri cose che capitano, mi sono chiesta spesso perché fosse successo a loro, a loro e non me, che un figlio lo volevo. E talvolta, lo confesso, me lo sono chiesta in lacrime.

E talvolta ho pensato che la vita è un po’ una merda, perché io avrei camminato a testa in giù per non perderlo quel figlio, mentre loro, per riuscire ad abortire, hanno dovuto fare quasi carte false. E scontrarsi con chiunque, dai medici ai parenti, ritenesse sbagliata quella scelta.

Ma le scelte così strettamente personali hanno la semplicità di ciò che non è sindacabile, per cui giusto e sbagliato sono concetti non adoperabili.

Tralasciando il fatto che chi parla di tutela della Vita farebbe bene a considerare, che  una donna decisa ad abortire troverà il modo per farlo, anche a costo dell’esistenza propria. Che è proprio l’esistenza che tutelano.

Tralasciando il fatto che di aborto parla anche una legge e, a quanto pare, ha smesso già da un po’ di essere un reato.

 

Potrebbe andare peggio

Ho sempre detto che del giudizio altrui non me ne frega nulla. E, giuro, ci credevo.
Poi un giorno ho scritto della roba, senza pretese, ma solo perché in qualche modo mi faceva bene. A distanza di un paio d’anni qualcuno mi ha spinto a pubblicarla e io che sono di facili entusiasmi mi son detta perché no?, è figo fare un libro.
Così oggi l’editore mi ha avvisato che sta per andare in stampa, mentre io sto ancora realizzando.

Cosa? Beh, per esempio, che del giudizio altrui un pochino me frega. Anzi, per dirla da autrice letteraria, me la faccio addosso alla sola idea che qualcuno legga quel che ho scritto. Bene inteso: io voglio che in tanti leggano il mio libro, ma allo stesso tempo temo quello che penseranno poi.
Per non parlare del timore che invece nessuno se lo caghi questo benedetto libro! Insomma, io già ero paranoica e ossessiva, adesso sono pure ansiosa, anzi, in verità lo ero pure prima, ma adesso ho un motivo in più per esserlo.
Considerando che all’uscita in libreria manca ancora un mese – cazzo, solo trenta giorni! – ho tutto il tempo per sviluppare le psicosi che ancora mancano all’appello, nonché ogni patologia psicosomatica possibile.

Roba che mi vedo già, durante le presentazioni, coi capelli diradati da un’orribile alopecia, ricoperta da foruncoli, mentre fra un tic e l’altro, rosicchiandomi le unghie, rispondo alle domande.
Ma potrebbe andare peggio, potrebbe piovere.

 

San Valentino

Io l’amore l’ho visto. L’ho visto davvero.

Chiaro, nei volti di donne in sale d’attesa.

Amore violento che tormenta i sogni, lasciando al mattino le tracce sul contorno occhi. Amore romantico di sorrisi e imbarazzo.

Amore aspettato di unghie mangiate, perché quello vero, da che mondo è mondo, si è sempre fatto desiderare.

Amore cercato e non ricambiato, ché tanto lui basta a se stesso.

Amore di disperazione e speranze, nutrite, illuse, talvolta perdute, ma mai, dico mai, dimenticate.

Imperturbabile amore di corpi esplorati da gente che per mestiere fa nascere amore.

Ho visto l’amore muoversi agile fra iniezioni e camici bianchi. Amore nascosto e inaspettato.

Che ognuno lo trovi, là dove credeva di aver già guardato.

 

Fuori di sé

Quel giorno per la prima volta me lo sono visto fuori.

Per la prima volta. Nonostante il cordone lo avessero tagliato mesi prima.

Mio figlio era in braccio al suo papà, quando ha risposto sorridendo a un sorriso sconosciuto. Altre volte era accaduto, ma in quella mi è parso di vedere qualcos’altro, o forse solo qualche cosa in più, qualcosa che anche prima c’era, pur senza che io la vedessi.

Ho avuto in quell’istante la sensazione netta di lui come persona, un’entità a sé stante e scissa dalla mia. Perché un conto è vederlo interagire, un altro è realizzare. Realizzare che non è più parte del tuo corpo, che non sei più tu.

Che puoi sforzarti quanto vuoi a fare il solco, ma il cammino dovrà farlo lui. Che potrai controllare l’altezza esatta di ogni ostacolo, ma il salto lo farà da solo. E nulla di quello che tu faccia potrà mai impedirgli di cadere. Tu al massimo potrai disinfettargli le ginocchia.

In quell’istante ho realizzato che il mio posto non è al fianco, ma appena un passo indietro e poi man mano più distante, seduta sugli spalti della sua esistenza, a guardarlo mentre conduce la sua vita fuori dal mio ventre.

Seduta sugli spalti a fare il tifo, sempre. A fargli l’occhiolino se mi guarda.

 

Esclusività

Mi sono chiesta spesso che senso avesse pubblicare un libro. Un libro sulla maternità mancata.

Mi sono chiesta spesso e soprattutto se fosse giusto farlo. Se fosse giusto ora, che madre lo sono diventata. Perché io scrivo per lasciare andare, e questo l’ho già detto, ma pensare che qualcuno possa leggermi è tutta un’altra storia.

Ho sempre creduto, e lo credo ancora, che troppa gente scriva e troppo poca legga. Che un conto è scrivere, un conto aver qualcosa da raccontare. Sa lo si ha, allora si può scrivere per gli altri, altrimenti se proprio se ne sente l’impellenza si scrive per sé stessi. E per me stessa avevo scritto io, mai pensando di aver granché da dire, di aver granché da dare.

Forse, però, in qualche modo mi sbagliavo.

Il verso di un cantautore che amo molto recita che: la gioia, come il dolore, si deve conservare, si deve trasformare* ed io è quello che scrivendo ho voluto fare. Condividere emozioni, di natura varia, rendendole parole, per elaborarle insieme a chi le leggerà.

Perché anche a fronte delle singole esperienze personali, di nessuna gioia, come di nessun dolore si possiede l’esclusività. E se questo, da una parte, ci rende tutti poco originali, dall’altra è un modo buono per convincersi che in fondo, nella vita, non si è mai davvero soli.

 

* Solo un uomo, Niccolò Fabi