Dove siamo, noi, adesso?

Un impegno a qualche chilometro da casa oggi mi ha imposto l’uso dell’autovettura.

L’emicrania mi fa compagnia da circa dodici ore, tempo durante il quale ho avuto modo di accumulare ottocento milligrammi di inutile ibuprofene. E ho la nausea, che mi impedisce di mangiare qualsiasi cosa e rende ancor più sgradevoli le curve delle mia Costiera.

Faccio quel che devo il più in fretta possibile e, traffico permettendo, prendo la via del ritorno.

Dietro un tornante mi coglie il tramonto.

Stasera la luna è una virgola rossa seduta sui monti, a specchio sul mare; per radio il Duca Bianco chiede cantando: Where are we now?

Io ho ancora la nausea e l’emicrania. Nel frattempo mi è venuta fame e male alle stomaco, a causa dell’ibuprofene che non potrei assumere per via di una gastrite consolidata, però gli rispondo che io sono qui, esattamente dove volevo.

 

 

 

Andata e ritorno

Sono partita di notte.
La strada che mi separa dall’aeroporto è vuota, al punto da darmi l’impressione che il tempo si sia fermato.
In fila per il check-in incrocio i primi sguardi, occhi orfani di sonno come miei. Imbarco.
I due posti accanto al mio sono vuoti, nessuna mano incoraggiante da stringere al decollo. Presa quota decido di ingannare il tempo truccandomi, quel tanto necessario ad evitare di sembrare la zia anziana di quella sul retro della copertina.

Giunta a destinazione anche le ore viaggiano veloci e mi ritrovo in men che non si dica di nuovo ai controlli sicurezza, prima dell’imbarco di ritorno.
La sera, però, è diverso l’aeroporto e gli occhi che incrocio non sembrano aver sonno. Portano storie, ciascuna diversa, che mi piace immaginare partendo da un dettaglio: la borsa del portatile, il modo in cui le dita torturano un touch-screen, delle unghie mangiucchiate, oppure curatissime; la scarpa in pelle lucida di chi torna da un’importante riunione di lavoro, un tacco da vertigini o le sneakers di chi va sempre correndo.
Mangio un orribile panino spacciato per caprese e una salvietta umidificata di fortuna rimuove il trucco messo la mattina. Salgo in aereo. Anche stavolta i tre posti sono a mia disposizione.
Ho sonno, ma scelgo di leggere un libro comprato quattro mesi prima e mai aperto, perché in fondo quando mi ricapita di avere un’ora vuota?
Fra un rigo e l’altro continuo ad osservare il mondo che ho intorno e penso che nei viaggi si incrociano vite e storie che mai altrimenti si sarebbero sfiorate. Come le mani di qualcuno che si toccano per sbaglio durante la frenata brusca del pulmino interno, che ti conduce al volo.

E si scambiano parole come libri, o forse semplicemente ci scambia, lasciandosi l’un l’altro, inconsapevoli, qualcosa che scopriremo un giorno, come un indirizzo a cui dovevi scrivere, lasciato in una tasca interna e ritrovato per caso durante un cambio di stagione.
Sono tornata ed è di nuovo notte. Dall’asfalto sale l’odore della pioggia.

 

Salerno ha Voglia di fragole

 

Il 30 marzo Voglia di fragole – manuale serissimo di sopravvivenza al desiderio di maternità sarà ufficialmente in vendita in libreria e sui portali on-line.

Alle 18.30 dello stesso giorno, presso la libreria Imagine’s Book di Salerno (ex Guida), ci sarà la prima delle presentazioni in programma. Sarò in compagnia della giornalista Francesca Salemme e degli attori Tonia Filomena e Gian Maria Talamo.

Vi aspetto!

 

Prossimi appuntamenti 2017: 1/04 Maiori (SA), 8/04 Cetara (SA), 21/04 Furore (SA)

*** Voglia di fragole è acquistabile su http://www.marlineditore.it/shop/83/83/1836_voglia-di-fragole.xhtml?a=87, ***

 

 

BookPride 2017

Questa domenica ci sarà la prima uscita pubblica di Voglia di fragole.

L’appuntamento è a Milano, al BookPride 2017, fiera dell’editoria indipendente.

Chiunque abbia voglia, può trovarmi lì.

 

Astenersi perditempo

Ebbene, è il caso che io inizi a parlarvene.

Manca davvero poco e vorrei che aveste il tempo di annoverare anche questo nella mia biografia, quella in cui mi ricorderete figa, col naso alla francese e scrittrice di talento. Scrittrice di talento che per poco non è riuscita a vedere pubblicata la sua opera prima, cosa che renderà talmente ricco il mio editore, da consentirgli di fuggire su un’isola tropicale e fare della vendita di collanine con denti di squalo la sua principale attività.

Dunque, fra pochi giorni dovrò prendere un aereo ed ormai da una settimana ha cominciato a salirmi quella fisiologica inquietudine, che per convenzione qui chiamerò terrore.

Ora, voi direte, si tratta di andare a Milano, non a New York, che minchia ci vai a fare in aereo se sei terrorizzata, prendi un treno e in cinque ore scarse sei lì.

E no! Perché dopo quasi sette mesi questa è la prima volta che mi separo da mio figlio e, costi quel che costi, voglio che la distanza geografica fra noi duri il meno possibile. (Sì, sono una mamma apprensiva)

Tutto organizzato: la fiera apre alle 10.00,  orario comodo, consentendomi di prendere un ancor più comodo volo delle 6.00, uscendo comodamente di casa alle 4.00.

La sera, a fiera finita, un fantastico aereo delle 22.00 mi riporterà nel mio letto intorno alle 2.00. Perfetto.

Se non fosse per la certezza di un’emicrania e quel terrore di cui sopra – ribadisco, è solo fisiologica inquietudine – che mi porta a temere qualsiasi cosa, dal decollo, che solo a pensarci provo pena per la mano dell’ignaro malcapitato che siederà al mio fianco, all’atterraggio, che all’idea del rumore delle ruote sull’asfalto ho già la tachicardia, passando per i vuoti d’aria.

E gli aeroporti? Lo sanno tutti che sono il luogo prescelto per attentati di varia natura. No, questo genere di cose non fa per me, troppe ansie in un giorno solo, da cumulare alle ansie dei giorni precedenti e a quelle mie di base.

Facciamo così, il viaggio è domenica, per cui se c’è qualcuna che vuol sostituirmi si faccia pure avanti. In fondo, per fingersi me, basta che abbia una discreta capacità dialettica, un non troppo marcato accento del Sud,  carnagione e capelli chiari, corpo mozzafiato, sorriso contagioso e le ciglia, che siano lunghissime. E il naso, per favore, alla francese.

Ok, avete ragione, questa non è ancora la mia biografia: va bene anche un uomo che non abbia troppi peli.

 

Start

Fra una settimana parto per un viaggio. E sono felice, ma allo stesso tempo spaventata.

Un viaggio insieme a Voglia di fragole.

Un percorso di cui non so assolutamente nulla e in cui di definito c’è solo qualche data. Un percorso che magari – magari no – si risolverà in bolle di sapone, ma la cui rotta, nel frattempo, non posso controllare. E io odio quando qualcosa non si lascia controllare.

Vabbè, facciamo le persone oneste,  più che di odio si tratta di paura, per dirla tutta, proprio strizza. Ma tanto, arrivata a questo punto, non posso più tornare indietro, per cui Forza e Coraggio!

Anche perché, parafrasando quello che una volta disse una delle mie poche amiche, il coraggio non è assenza di paura, ma la capacità di tenerla bada il tempo necessario a fare ciò che serve.

E a me ora serve di partire. Chi ha voglia di farmi compagnia?

P.S. Non che ci voglia molto, ma scrivo meglio di quanto fotografo.

 

Otto marzo 2017

Forum dal Comune è il programma radio del Forum dei Giovani di Maiori (SA), in onda ogni settimana su http://www.divinafm.it/.

In questa puntata  ho avuto il piacere di essere ospite. Abbiamo parlato di donne, aborto, otto marzo e, naturalmente, Voglia di fragole.

Questa è l’unica immagine e la allego per masochismo. Sì, sono più gradevole da ascoltare che da vedere.

Hashtag

Per l’otto marzo avevo scelto di non scrivere nulla. O almeno niente di serio.
Dopo un’animata dissertazione con me stessa, però, ho cambiato idea, con buona pace del mio fegato.
Sì, perché se penso al livello medievale in cui versa, più o meno consapevole, la nostra società mi si impennano i valori epatici.

Perché siamo in un Paese in cui se sei donna ti piace essere guardata; se sei donna è normale che ti si rivolga la battutina/accia a sfondo sessuale, mascherata da complimento.
E che male c’è se, alla fermata dell’autobus, qualcuno dal finestrino di una macchina si affaccia e ti guarda con l’espressione di chi una donna l’ha vista sempre e solo su YouPorn?
Va da sé che se sei una donna priva di deformità particolari dovrai dimostrare di essere anche in grado di intendere e volere.
E se madre Natura o papà Chirurgo ti hanno anche dotato di tette e/o culo, tu stai implicitamente accettando che un uomo che li ritenga notevoli decida di fartelo sapere. Ma così, eh, per dire, mica per molestare.
Tutto questo NON è normale ed evolversi sarà difficile, finché non lo capirà ogni donna. Ed ogni uomo.

Perché dovreste essere voi uomini – che per fortuna NO, non siete tutti uguali – quelli più incazzati.
Per ogni parola fuori luogo, per ogni molestia velata, per ogni sguardo lascivo, per ogni ammiccamento non richiesto, per ogni donna oggetto, ogni uomo che si rispetti dovrebbe indignarsi.
Perché il problema è di tutti.
Nell’epoca in cui basta un hashtag per diventare Charlie o un Paese a caso, io vorrei che ogni individuo diventasse Donna.
Per ventiquattro ore, si intende, solo per capire.

#iosonoDonna

 

Fuori stagione

Quell’anno l’estate era finita un poco prima.

Era venerdì e, come ogni sacrosanta settimana estiva, tornavo nella casa che tuttora impropriamente definisco mia.

Quell’anno l’estate era finita una sera di settembre, in cui una tempesta di fulmini mi accolse con mia madre, ombrelli e infradito, che chiedeva, a se stessa più che a me, chi diavolo me lo avesse fatto fare.

Non so se l’ho mai detto, ma io ho una passione per i temporali. E non so neanche se ho mai detto questo, ma la mia Terra è addirittura più bella durante la tempesta. Durante la tempesta, che sia di cielo o mare, la natura sfoga i propri malumori e, per una catarsi che non so spiegare, è come se sfogasse pure i miei.

Così, espletati velocemente i saluti rituali, mi diressi sul balcone, postazione favorita sin da piccola, per aspettare che si placasse l’aria. Balcone da cui oggi non posso più guardare ma che – ironia della sorte – posso osservare da quello della nuova casa dei miei che, per inciso, mia non sarà mai.

Balcone da cui, quella sera in cui finì l’estate, vidi fulmini cadere sopra il mare, in un silenzio rotto solo da un vicino di terrazzo stagionale, improvvisatosi tenore.

Si affacciò senza preavviso e a petto nudo, come il noto egoista di una pubblicità, e cominciò a cantare, quasi a voler intimorire i tuoni.

Torna maggio e torna ‘ammore: fa’ de me chello che vuó. Torna maggio e torna ‘ammore: fa’ de me chello che vuó.

 

 

Voglia di fragole

Ricordo a memoria il primo capitolo, quello che poi è diventato il capitolo zero. E ricordo a memoria quel pomeriggio di quasi tre anni fa, quello in cui, rientrata a casa, mi misi davanti al PC.

Un pomeriggio di merda, per dirla con franchezza, non diverso dai molti di quell’epoca. Un pomeriggio di merda, esattamente così come mi sentivo.

Lui mi spronava a reagire, a guardare le cose con lucidità, ché scindendo i problemi reali dalle paranoie è più facile affrontarli. Quel pomeriggio provai a dargli retta, lasciando alle dita sulla tastiera il compito arduo di far da setaccio.

Così quel capitolo, che ora ricordo a memoria, fu presto seguito da altri, che col tempo trovarono anche l’esatta reciproca collocazione. Quello, però, è sempre rimasto il primo fra tutti. E, resti fra noi, fra tutti il solo a cui non ho mai cambiato neppure, letteralmente, una virgola.

Non credevo, in quel pomeriggio di merda, che le mie parole avrebbero avuto un corpo. E – forse sarò anche di parte – non mi sembra sia poi così male.