Uno nove quattro

L’aborto torna periodicamente a far parlare.

Eppure, l’interruzione di una gravidanza farebbe parte di quella sfera così strettamente personale, nel cui merito non dovrebbe entrare nessuno se non il diretto – diretta in questo caso – interessato.

Nei giorni in cui la maternità era solo un miraggio, oltre che la favorita fra le mie ossessioni, è capitato di confrontarmi, per motivi diversi, con alcune donne che in passato avevano scelto di abortire, ciascuna per le proprie ragioni.

Io, reduce da un aborto, che la medicina definisce spontaneo e gli altri cose che capitano, mi sono chiesta spesso perché fosse successo a loro, a loro e non me, che un figlio lo volevo. E talvolta, lo confesso, me lo sono chiesta in lacrime.

E talvolta ho pensato che la vita è un po’ una merda, perché io avrei camminato a testa in giù per non perderlo quel figlio, mentre loro, per riuscire ad abortire, hanno dovuto fare quasi carte false. E scontrarsi con chiunque, dai medici ai parenti, ritenesse sbagliata quella scelta.

Ma le scelte così strettamente personali hanno la semplicità di ciò che non è sindacabile, per cui giusto e sbagliato sono concetti non adoperabili.

Tralasciando il fatto che chi parla di tutela della Vita farebbe bene a considerare, che  una donna decisa ad abortire troverà il modo per farlo, anche a costo dell’esistenza propria. Che è proprio l’esistenza che tutelano.

Tralasciando il fatto che di aborto parla anche una legge e, a quanto pare, ha smesso già da un po’ di essere un reato.

 

Potrebbe andare peggio

Ho sempre detto che del giudizio altrui non me ne frega nulla. E, giuro, ci credevo.
Poi un giorno ho scritto della roba, senza pretese, ma solo perché in qualche modo mi faceva bene. A distanza di un paio d’anni qualcuno mi ha spinto a pubblicarla e io che sono di facili entusiasmi mi son detta perché no?, è figo fare un libro.
Così oggi l’editore mi ha avvisato che sta per andare in stampa, mentre io sto ancora realizzando.

Cosa? Beh, per esempio, che del giudizio altrui un pochino me frega. Anzi, per dirla da autrice letteraria, me la faccio addosso alla sola idea che qualcuno legga quel che ho scritto. Bene inteso: io voglio che in tanti leggano il mio libro, ma allo stesso tempo temo quello che penseranno poi.
Per non parlare del timore che invece nessuno se lo caghi questo benedetto libro! Insomma, io già ero paranoica e ossessiva, adesso sono pure ansiosa, anzi, in verità lo ero pure prima, ma adesso ho un motivo in più per esserlo.
Considerando che all’uscita in libreria manca ancora un mese – cazzo, solo trenta giorni! – ho tutto il tempo per sviluppare le psicosi che ancora mancano all’appello, nonché ogni patologia psicosomatica possibile.

Roba che mi vedo già, durante le presentazioni, coi capelli diradati da un’orribile alopecia, ricoperta da foruncoli, mentre fra un tic e l’altro, rosicchiandomi le unghie, rispondo alle domande.
Ma potrebbe andare peggio, potrebbe piovere.

 

San Valentino

Io l’amore l’ho visto. L’ho visto davvero.

Chiaro, nei volti di donne in sale d’attesa.

Amore violento che tormenta i sogni, lasciando al mattino le tracce sul contorno occhi. Amore romantico di sorrisi e imbarazzo.

Amore aspettato di unghie mangiate, perché quello vero, da che mondo è mondo, si è sempre fatto desiderare.

Amore cercato e non ricambiato, ché tanto lui basta a se stesso.

Amore di disperazione e speranze, nutrite, illuse, talvolta perdute, ma mai, dico mai, dimenticate.

Imperturbabile amore di corpi esplorati da gente che per mestiere fa nascere amore.

Ho visto l’amore muoversi agile fra iniezioni e camici bianchi. Amore nascosto e inaspettato.

Che ognuno lo trovi, là dove credeva di aver già guardato.

 

Paranoie paramediche

Se il buon-giorno si vede dal mattino, il mio era cominciato con tutti i sentimenti. Che è un modo carino che abbiamo noi del Sud per intendere che la giornata si preannunciava male. E con male intendiamo proprio di merda.

Il mio umore, notoriamente regolato dall’utero, quella mattina era particolarmente nero, e lo specchio impietoso del soggiorno aveva contribuito a mantenerlo tale, restituendo un’immagine di me invecchiata di vent’anni, con tanto di mollettone fra i capelli (sporchi), due odiosissime rughe d’espressione fra le sopracciglia, perfette –almeno queste- perché tatuate, ed occhiaie d’ordinanza. A questo si aggiunga un ormai ricorrente dolore cervicale.

E se fino a un anno fa avrei assecondato l’istinto di rimettermi a letto, stavolta lo spettacolo, sebbene raccapricciante, doveva continuare.

Ma tra  pappe, pannolini e pianti da consolare in braccio per acuire la suddetta contrattura cervicale, grazie al Cielo mi resta anche il tempo per coltivare le mie paranoie. Dal sentirmi inadeguata come madre moglie amica e persona in generale, alla ricerca del senso della vita, passando avanti e ‘ndre sugli sbagli commessi dall’asilo ai giorni nostri.

Così, mentre il mio livello di intolleranza nei confronti del prossimo e di me stessa è giunto ai massimi storici, mia madre mi chiede la gentilezza –dico, ma mi hai guardata in faccia, ti sembro una che ha voglia di essere gentile?- di andare in sua vece da un’anziana cugina, per somministrarle l’iniezione quotidiana. Ora, non per vantarmi, ma nella pratica in questione ho maturato circa un anno di esperienza, fra  gestazione e ricerca della stessa. Il fatto che non avessi mai penetrato carni diverse dalle mie, mi è parso marginale, per cui acconsento alla richiesta materna. Più per orgoglio, che per gentilezza.

Dismesso il pigiamone in favore di un jeans senza pretese, comincio a pensare a quanto ciò che mi pareva secondario fino a un secondo prima, forse forse non era tanto irrilevante. Cioè, io non sono mica un medico e mica basta farsi una o più siringhe per diventare un’infermiera. E non dimentichiamoci che sono paranoica e ipocondriaca, per me e il prossimo mio.

E se la povera vecchina mi tira le cuoia mentre io inietto? E se mentre penetro vado in panico , la mano mi trema e le spezzo dentro l’ago?

E se nella siringa c’è un po’ d’aria ed io becco la vena? Sì, lo so che è una sottocutanea, ma che ne so a che altezza stanno le vene, io, mi devo fidare di quello che dicono. E io non mi fido mai di nessuno.

Ok, qui comunque vada domani sarò almeno sui giornali locali. Ma se mi tiro indietro ora mia madre è la volta buona che chiama la Neuro, quindi vado e stop. Però controllo prima di avere degli slip decenti,  che finire in commissariato è un po’ come andare all’ospedale: va bene tutto, ma le mutande devono essere a posto. Te l’immagini un omicidio colposo col perizoma sfilacciato? No, eh.

Prima di uscire do un drammatico bacio a mio figlio, già immaginando la sua vita con una madre dietro lo sbarre –latitante no, son troppo onesta- e chiudo la porta alle mie spalle. Senza voltarmi indietro.

Giunta a destinazione, eseguo il compito affidatomi, ma non prima di aver espletato le mie maniacali pratiche igieniche, ché un conto è spezzare un ago, un altro veicolare un’infezione.

Somministrata l’iniezione, abbandono la dimora della malcapitata e, superato l’istinto di andarmi a costituire per ricevere uno sconto della pena eventuale, rientro finalmente a casa.

Passato qualche minuto, simulo disinteresse e chiedo notizie a mia madre, che per fortuna non ne ha.

Sono attualmente passate ventiquattro ore e l’anziana cugina lotta ancora tra noi.

Vero è che, a pensarci bene, l’incubazione di un qualsivoglia virus dura più di un giorno. Ma le mani le ho lavate, sono certa.

Probabilmente le avrò parlato troppo da vicino.

 

 

Desy e il posto che non c’è

Non luogo è per antonomasia il Centro Commerciale.

Eppure a me non luogo sembra anche quello in cui mi trovo, perché pure il tempo qui pare che non sia. Non luogo, quello in cui adesso scrivo, perché non dovrebbe essere.

Ma di gente dentro ce n’è tanta. Gente che è qui perché invece vuole essere.

Il mio primo non incontro ce l’ho con Desirée. Desy per gli amici e qui lei ne ha parecchi. Ha un bel sorriso Desirée e lo regala a tutti. E a tutti manda baci, di quelli forti, con lo schiocco.

Desy vuol sapere quale sia il mio nome e vuol sapere il come, il quando ed il perché di tutto ed evidentemente vuol saperlo molto, perché me lo domanda ogni volta che mi vede. È bella Desy, bambina dentro un corpo frettoloso di diventare adulto. Desy questa sera è entrata scalza dentro la mia stanza, chiedendomi chi fossi, con la fiducia di chi forse lo sa già.

Prima di andare via mi ha accarezzato sulla parte sinistra dello sterno, o detto in maniera più banale, mi ha sfiorato inconsapevolmente il cuore.

 

 

Fuori di sé

Quel giorno per la prima volta me lo sono visto fuori.

Per la prima volta. Nonostante il cordone lo avessero tagliato mesi prima.

Mio figlio era in braccio al suo papà, quando ha risposto sorridendo a un sorriso sconosciuto. Altre volte era accaduto, ma in quella mi è parso di vedere qualcos’altro, o forse solo qualche cosa in più, qualcosa che anche prima c’era, pur senza che io la vedessi.

Ho avuto in quell’istante la sensazione netta di lui come persona, un’entità a sé stante e scissa dalla mia. Perché un conto è vederlo interagire, un altro è realizzare. Realizzare che non è più parte del tuo corpo, che non sei più tu.

Che puoi sforzarti quanto vuoi a fare il solco, ma il cammino dovrà farlo lui. Che potrai controllare l’altezza esatta di ogni ostacolo, ma il salto lo farà da solo. E nulla di quello che tu faccia potrà mai impedirgli di cadere. Tu al massimo potrai disinfettargli le ginocchia.

In quell’istante ho realizzato che il mio posto non è al fianco, ma appena un passo indietro e poi man mano più distante, seduta sugli spalti della sua esistenza, a guardarlo mentre conduce la sua vita fuori dal mio ventre.

Seduta sugli spalti a fare il tifo, sempre. A fargli l’occhiolino se mi guarda.

 

Camera con vista

Avevo vissuto in quel luogo anni prima. Più precisamente, avevo vissuto -quasi consumato- quel luogo.

Anni prima.

Tutti i giorni lo stesso viale pieno di vita e di vite, tutte con gli occhi pieni di sonno e di sogni. Tutte di fretta, in perenne ritardo, a rincorrere i treni di un’intera esistenza.

Lo stesso viale che oggi vedo dalla finestra, ma con gli occhi pieni di sogni diversi; il sonno, per la verità, è invece lo stesso, ma questo non c’entra. E dalla finestra mi sembra di scorgerla quella ragazza di qualche anno fa, mentre col passo veloce vuole nascondere il senso di inadeguatezza, che però continua a pesarle, dentro la sacca fra le dispense.

Quella ragazza la osservo da questa finestra, o per meglio dire la spio, perché lei non mi può vedere, neanche se guarda nella mia direzione.

Perché lei non lo può immaginare, mentre sta inseguendo i suoi anni, che i suoi anni, da una finestra, la stanno guardando, insieme a quel figlio che pensa non avrà mai.

Chissà dietro quale finestra è nascosta la me che sarò; chissà se mi ha vista e riconosciuta.

E chissà se mentre mi aspetta mi sta sorridendo, come adesso io sorrido alla ragazza di qualche anno fa, quasi a dirle: sono qui, fa’  pure con calma.

 

La cura

Le chiacchiere non hanno mai avuto su di me grossa attrattiva.

Le parole, quelle mi sono piaciute sempre. Perché le chiacchiere lasciano solo il tempo che han trovato, le parole invece sanno come fare per restare.

Le chiacchiere sono sempre vili. Belle o brutte, le parole hanno sempre dignità. E ciascuno ha la propria favorita. La mia ci ho messo tempo per trovarla, nel senso che era lì ma ben nascosta, così che io non la vedevo. La mia parola è cura, quella si chiede e quella che bisogna dare.

La mia parola è cura, perché tutti dovremmo avere chi di noi ne abbia e se ne prenda. Di tutte le parole cura è la più nobile, perché è un insieme di cose indispensabili.

È una carezza sulla nuca mentre sei di spalle, è lo zucchero in un caffè che non hai richiesto, è prenderti per mano perché in braccio pesi troppo; è un sorriso quando stai girato, è un vaffanculo quando stai girato, ché quando è troppo è troppo.

Ed è restare in silenzio quando non puoi fare altro. Quando non sai fare altro.

Ecco, io credo fermamente che il pacchetto base della nostra vita dovrebbe includere qualcuno che di noi si prenda cura.

 

Coriandoli

I primi erano a terra in questi giorni, caduti quasi assieme con la neve.

I primi coriandoli, come le luci che ormai da qualche anno, già a novembre, annunciano il Natale. E se c’è una ricorrenza che amo oggi come ieri, se non anche di più, è proprio il carnevale. La meraviglia di sentirsi qualcun altro per un giorno. O semplicemente di essere sé stessi, ma un poco più leggeri.

Mettere una maschera che tiri via quella delle convenzioni, che non ci nasconda ma ci affranchi dal peso quotidiano del prendersi sul serio. Questa è sempre stata la mia idea di carnevale: un gioco che liberi dal giogo.

Carnevale è un appunto sopra il calendario, per ricordarsi di cercare il ridicolo dentro ad ogni cosa e, soprattutto, per ridere di sé.

 

Esclusività

Mi sono chiesta spesso che senso avesse pubblicare un libro. Un libro sulla maternità mancata.

Mi sono chiesta spesso e soprattutto se fosse giusto farlo. Se fosse giusto ora, che madre lo sono diventata. Perché io scrivo per lasciare andare, e questo l’ho già detto, ma pensare che qualcuno possa leggermi è tutta un’altra storia.

Ho sempre creduto, e lo credo ancora, che troppa gente scriva e troppo poca legga. Che un conto è scrivere, un conto aver qualcosa da raccontare. Sa lo si ha, allora si può scrivere per gli altri, altrimenti se proprio se ne sente l’impellenza si scrive per sé stessi. E per me stessa avevo scritto io, mai pensando di aver granché da dire, di aver granché da dare.

Forse, però, in qualche modo mi sbagliavo.

Il verso di un cantautore che amo molto recita che: la gioia, come il dolore, si deve conservare, si deve trasformare* ed io è quello che scrivendo ho voluto fare. Condividere emozioni, di natura varia, rendendole parole, per elaborarle insieme a chi le leggerà.

Perché anche a fronte delle singole esperienze personali, di nessuna gioia, come di nessun dolore si possiede l’esclusività. E se questo, da una parte, ci rende tutti poco originali, dall’altra è un modo buono per convincersi che in fondo, nella vita, non si è mai davvero soli.

 

* Solo un uomo, Niccolò Fabi