ll posto del caffè

Stamattina, prima di uscire, mia suocera ha detto: Miriam, se vuoi farti il caffè, vedi che nel barattolo è finito. Il pacco nuovo lo trovi nello stipo all’ingresso.

Scaffale 3, posto 17 aggiungo io. Sì, perché tutto ciò che è in casa di mia suocera non è che sia semplicemente ordinato, no,  è catalogato. Catalogato e riposto in chiccheri, ovvero contenitori in plastica o in vetro, ermeticamente chiusi, di dimensioni variabili a seconda dell’oggetto da contenere. E di chiccheri mia suocera ne ha un numero che nessuno ancora è mai riuscito a calcolare, considerando che per ogni cosa contenibile ne possiede almeno due, casomai uno si rompa o scompaia per sempre, dopo essere stato prestato a gente come me.

Comunque, dicevamo, il caffè. Certo che voglio il caffè. Non appena finisco col pupo, pappa, pupù, poi nanna, mi preparo il caffè.

Il pupo è dormiente, per cui si può fare. Scaffale 3, posto 17: il caffè non c’è. C’è però l’origano essiccato da zia Rosa nel febbraio del 2016, buono a sapersi, ma non credo possa tornarmi utile al momento. Guardo un attimo le posizioni limitrofe e non tardo a scovare il caffè, slittato ad un inspiegabile posto 19. Ma ciò che conta è il risultato.

Vado in cucina e prendo il barattolo da rimpinzare. Siccome mi conosco, sul tavolo in cui mi accingo ad agire sistemo un lenzuolo di tovaglioli di carta, così da non sporcare il piano su cui, in quanto a igiene, si potrebbe eseguire con serenità un intervento al miocardio. Verso il termine dell’operazione, quella di rimpinzamento non quella al miocardio, mi sorge il dubbio che la capienza del barattolo non sia sufficiente a contenere l’intero pacco. Considerando, però, che queste cose mia suocera le ha pensate prima che il caffè fosse importato dalle Americhe, mi rilasso e procedo, ché al massimo avrei trovato un post-it con su scritto Se dovete rimpinzare il barattolo, sappiate che il caffè contenuto nel pacco, ubicato nello scaffale 3 posto 17 (o 19 non ricordo) non ci entra tutto: regolatevi.

Ma anche le suocere sono perfettibili, per cui in pochi istanti il caffè prende il sopravvento, finendo ben oltre il lenzuolo precauzionale precedentemente steso: tutti gli asettici chiccheri del tavolo contaminati dalla polvere nera. Panico.

Corro nello stipo dei prodotti per la casa, affianco a quello dei presidi medico-chirurgici, e prendo il primo straccio che mi viene a tiro. Pulisco tutto. La chiave di mia suocera è ormai dentro la toppa. Ingoio lo straccio.

Ah, brava, Miriam, ti stai facendo il caffè! …Sì! Per Voi quanto zucchero?

 

 

Caffè corretto

La casa dei miei nonni non era solo quattro mura.
La casa dei miei nonni era la processione vista dal terrazzo, nel giorno della festa patronale; era mia nonna davanti alla cucina e mio nonno che invece apparecchiava. Era lo spuntino di metà mattina, con pane e pomodoro di bottiglia.
La casa dei miei nonni profumava di scorza di limone nascosta nel caffè postprandiale e di controra estiva, in cui tassativamente si dorme o si sta zitti. E delle sedie di plastica messe sul balcone, cotte dal sole delle estati e dalle parole loro, dette per far passare il tempo, che poi, a dirla tutta, è passato troppo in fretta.
La casa dei miei nonni aveva la tenerezza dei racconti di mio nonno, sempre più spesso ripetuti.
La casa dei miei nonni era un mese di giugno, in cui dopo un anno ci si ritrova coi cugini. Ma era anche dicembre, quell’ultimo, in cui una tavola ci vide tutti assieme, a festeggiare quest’unione, assai più del Natale.
La casa dei miei nonni adesso non c’è più.
Nella macchinetta del caffè, prima che salga, metto sempre una scorza di limone.