Gatti neri e uova giganti

Erano giorni di festa, quelli, in casa mia. C’erano gli zii del Nord e tanto bastava: la Pasqua era un fatto accidentale.

Dal giorno in cui, due settimane prima, i parenti lontani, in senso geografico, annunciarono la loro venuta, gli stipi avevano cominciato a riempirsi di qualsiasi cosa, purché fosse superflua. Dalle Colombe di vari formati, dal tacchino al colibrì, alla più esotica della frutta essiccata, tutto sapientemente nascosto all’interno dei tegami meno utilizzati, affinché non venisse impunemente consumato prima del tempo stabilito.

Quelli che erano giorni di festa lo furono ancora di più, quando al citofono ci fu rivelato che avevamo vinto il gigantesco uovo pasquale, in bella mostra nella vetrina della piccola salumeria sotto casa. Mia nonna aveva acquistato a nostra insaputa uno dei biglietti necessari per tentar quella sorte, cosa che, conoscendola, fece più per incapacità a rifiutare l’invito, che per il desiderio di vincere il premio.

Fatto sta che quando il pantagruelico uovo varcò la porta di ingresso a me parve ancora più grosso e di certo lo era assai più di me.

Aprirlo fu un rituale che officiarono i grandi ed io lo osservai in religioso silenzio, dividendomi col gatto nero lo spazio in braccio a mia nonna.

La meraviglia di quella bambina non fu scalfita neanche in minima parte dalla discutibile collana di perle che ne venne fuori. Dimostrando, peraltro, che mai da nessuno scrigno goloso potrà venir fuori la felicità.

L’uovo, comunque, ebbe vita breve, ma è ancora visibile, così come il gatto nero, in foto scattate per l’occasione.

Molti anni dopo, dai tegami in disuso negli stipi più in alto, abbiamo trovato la frutta essiccata.

 

Scatole speciali

Già da diversi anni non ci vivevo più, ma standoci i miei, restava comunque casa mia.

Poi un giorno loro se ne andarono in una nuova, più comoda di certo e, forse, più bella. Mi resi  conto tardi che dovevo dirle addio.

Addio al balcone su cui bambina mi agitavo credendo di fare ginnastica; lo stesso sul quale, più grande, mia nonna mi lesse l’Odissea. Addio al corridoio in cui lo zio Frank mi fece togliere le rotelle alla bici e che per me e papà fu campo di calcio e pallavolo. Corridoio in cui rotolarono birilli, volarono aerei di carta, frecce, volani.  E quadri, quadri assai.

Addio anche alla porta, da cui spuntava il sorriso di mia nonna, e ad ogni spigolo pieno dei ricordi di una bimba, cresciuta, ma non troppo; non abbastanza da imparare a dire addio. Ma tanto quello non si impara mai, lo si dice e basta, quasi per inerzia, serbando dentro un angolo di cuore tutto ciò che è stato.

Un angolo di cuore come uno scatolone, in cui tutti ordinatamente riponiamo quelle cose che non possono più essere, così da trovarle subito quando vogliamo farci male: progetti, liste di cose che avremmo dovuto ricordare, vecchie foto e sogni usciti fuori dai cassetti.

E chissà di che materiale è fatta la vita stipata nelle scatole interiori, ché ad annusarla dopo tanto tempo non sembra neanche andata a male.

 

 

Lettere lontane

Alla Befana io ci credo. Ci ho creduto sempre.

E pure a Babbo Natale, per dir la verità. Insomma, a tutti quelli che, senza palesarsi, erano soliti lasciarmi dei regali.

Ora, non che io sia una credulona, ma se mamma e papà mi dicono che è vero, è vero senza dubbio. Perché mamma e papà bugie non me ne hanno dette mai.

Per cui, la lettera io l’ho scritta sempre, all’uno come all’altra, pur senza mai specificare una richiesta; era piuttosto una lettera di cortesia, per sapere a distanza di un anno come stessero, che sai com’è a una certa età. Per il regalo lasciavo libertà d’azione, perché ad essere sincera nemmeno da bambina ho mai desiderato nulla. O almeno nulla che entrasse dentro un pacco. E allora scrivevo “fate voi”, ché tanto a me bastava trovarlo sotto l’albero e toccarlo; mi piaceva immaginare dalla carta cosa fosse, ma soprattutto mi piaceva l’idea che lo avessero portato loro, da lontano.

Che fossero venuti quella notte, a lasciarlo lì per me. E che avessero bevuto il latte coi biscotti che lasciavo io per loro.

Quella notte in cui io fingevo di dormire, perché lo sanno tutti che, una volta che li vedi, non ritornano. E io, lo giuro, non li vidi mai.

Eppure, a un certo punto, non sono più tornati. Perché sono cresciuta, io credo.

I genitori dei miei amici, un giorno, confessarono: Babbo Natale e la Befana erano sempre stati loro.

I miei, invece, no; papà addirittura diceva di aver visto la slitta prima, e poi la scopa, dalla finestra della mia stanzetta. E ve l’ho detto che se mamma o papà mi dicono qualcosa, è vera senza dubbio.

Comunque, visto che ormai sono cresciuta e loro vanno solo dai bambini, io la lettera non la scrivo più; però c’ho ancora conservate quelle loro. Perché a me Babbo Natale e la Befana, oltre al regalo, lasciavano pure la risposta.

 

 

 

 

Caffè corretto

La casa dei miei nonni non era solo quattro mura.
La casa dei miei nonni era la processione vista dal terrazzo, nel giorno della festa patronale; era mia nonna davanti alla cucina e mio nonno che invece apparecchiava. Era lo spuntino di metà mattina, con pane e pomodoro di bottiglia.
La casa dei miei nonni profumava di scorza di limone nascosta nel caffè postprandiale e di controra estiva, in cui tassativamente si dorme o si sta zitti. E delle sedie di plastica messe sul balcone, cotte dal sole delle estati e dalle parole loro, dette per far passare il tempo, che poi, a dirla tutta, è passato troppo in fretta.
La casa dei miei nonni aveva la tenerezza dei racconti di mio nonno, sempre più spesso ripetuti.
La casa dei miei nonni era un mese di giugno, in cui dopo un anno ci si ritrova coi cugini. Ma era anche dicembre, quell’ultimo, in cui una tavola ci vide tutti assieme, a festeggiare quest’unione, assai più del Natale.
La casa dei miei nonni adesso non c’è più.
Nella macchinetta del caffè, prima che salga, metto sempre una scorza di limone.