Il gioco del cucù

Mi piace giocare a nascondermi.

Con mio figlio lo faccio spesso: sparisco per poi riapparire dagli angoli che non si aspetta. E’ un gioco semplice, ma lui ride, anche quando il tempo fra la sparizione e il ritorno si allunga. Ride perché anche se non sa da dove, lo sa che torno. Prima o poi io torno.

È un gioco semplice, ma serve ad educarlo, a fargli capire che ci sono anche quando non mi vede; che non deve stancarsi di guardarsi intorno e cercarmi, perché prima o poi io torno e nel frattempo lo osservo, lo osservo e sorrido.

Allo stesso modo mi piace pensare che da qualche parte, nascosta negli angoli che non mi aspetto, ci sia Lei che mi osserva e sorride. Certo, il tempo fra la sparizione e il ritorno si è di molto allungato, ma io lo so che c’è anche quando non la vedo e non credo mi stancherò mai di guardarmi intorno e cercarla. Perché quello di nascondersi è un gioco semplice.

Perché è tutto un gioco.

 

Letto a tre piazze

Ebbene, lo confesso: mio figlio dorme in mezzo.

E non ogni tanto, quando magari si sveglia nel cuore della notte e non riesce a riaddormentarsi. No, mio figlio dorme in mezzo fra me e il  papà perché il suo posto è quello.

Mio figlio dorme in mezzo perché per nove mesi mi ha dormito dentro e – anche questo vi confesso – in mezzo sono io che ce l’ho messo. Perché per nove mesi gli ho dormito attorno e in mezzo è quanto di più vicino io sia riuscita a fare.  E perché domani, già lo so, sarà lui a chiedermi più spazio, a chiedermi un suo spazio.

Allora faccio oggi il pieno del suo odore, del suo fiato e delle sua mani che cercano il mio viso. Perché domani, già lo so, potrò solo ricordarlo.

Mio figlio dorme in mezzo, o forse sono io, piuttosto, che gli dormo accanto.

 

Fuori di sé

Quel giorno per la prima volta me lo sono visto fuori.

Per la prima volta. Nonostante il cordone lo avessero tagliato mesi prima.

Mio figlio era in braccio al suo papà, quando ha risposto sorridendo a un sorriso sconosciuto. Altre volte era accaduto, ma in quella mi è parso di vedere qualcos’altro, o forse solo qualche cosa in più, qualcosa che anche prima c’era, pur senza che io la vedessi.

Ho avuto in quell’istante la sensazione netta di lui come persona, un’entità a sé stante e scissa dalla mia. Perché un conto è vederlo interagire, un altro è realizzare. Realizzare che non è più parte del tuo corpo, che non sei più tu.

Che puoi sforzarti quanto vuoi a fare il solco, ma il cammino dovrà farlo lui. Che potrai controllare l’altezza esatta di ogni ostacolo, ma il salto lo farà da solo. E nulla di quello che tu faccia potrà mai impedirgli di cadere. Tu al massimo potrai disinfettargli le ginocchia.

In quell’istante ho realizzato che il mio posto non è al fianco, ma appena un passo indietro e poi man mano più distante, seduta sugli spalti della sua esistenza, a guardarlo mentre conduce la sua vita fuori dal mio ventre.

Seduta sugli spalti a fare il tifo, sempre. A fargli l’occhiolino se mi guarda.

 

Scatole speciali

Già da diversi anni non ci vivevo più, ma standoci i miei, restava comunque casa mia.

Poi un giorno loro se ne andarono in una nuova, più comoda di certo e, forse, più bella. Mi resi  conto tardi che dovevo dirle addio.

Addio al balcone su cui bambina mi agitavo credendo di fare ginnastica; lo stesso sul quale, più grande, mia nonna mi lesse l’Odissea. Addio al corridoio in cui lo zio Frank mi fece togliere le rotelle alla bici e che per me e papà fu campo di calcio e pallavolo. Corridoio in cui rotolarono birilli, volarono aerei di carta, frecce, volani.  E quadri, quadri assai.

Addio anche alla porta, da cui spuntava il sorriso di mia nonna, e ad ogni spigolo pieno dei ricordi di una bimba, cresciuta, ma non troppo; non abbastanza da imparare a dire addio. Ma tanto quello non si impara mai, lo si dice e basta, quasi per inerzia, serbando dentro un angolo di cuore tutto ciò che è stato.

Un angolo di cuore come uno scatolone, in cui tutti ordinatamente riponiamo quelle cose che non possono più essere, così da trovarle subito quando vogliamo farci male: progetti, liste di cose che avremmo dovuto ricordare, vecchie foto e sogni usciti fuori dai cassetti.

E chissà di che materiale è fatta la vita stipata nelle scatole interiori, ché ad annusarla dopo tanto tempo non sembra neanche andata a male.

 

 

ll posto del caffè

Stamattina, prima di uscire, mia suocera ha detto: Miriam, se vuoi farti il caffè, vedi che nel barattolo è finito. Il pacco nuovo lo trovi nello stipo all’ingresso.

Scaffale 3, posto 17 aggiungo io. Sì, perché tutto ciò che è in casa di mia suocera non è che sia semplicemente ordinato, no,  è catalogato. Catalogato e riposto in chiccheri, ovvero contenitori in plastica o in vetro, ermeticamente chiusi, di dimensioni variabili a seconda dell’oggetto da contenere. E di chiccheri mia suocera ne ha un numero che nessuno ancora è mai riuscito a calcolare, considerando che per ogni cosa contenibile ne possiede almeno due, casomai uno si rompa o scompaia per sempre, dopo essere stato prestato a gente come me.

Comunque, dicevamo, il caffè. Certo che voglio il caffè. Non appena finisco col pupo, pappa, pupù, poi nanna, mi preparo il caffè.

Il pupo è dormiente, per cui si può fare. Scaffale 3, posto 17: il caffè non c’è. C’è però l’origano essiccato da zia Rosa nel febbraio del 2016, buono a sapersi, ma non credo possa tornarmi utile al momento. Guardo un attimo le posizioni limitrofe e non tardo a scovare il caffè, slittato ad un inspiegabile posto 19. Ma ciò che conta è il risultato.

Vado in cucina e prendo il barattolo da rimpinzare. Siccome mi conosco, sul tavolo in cui mi accingo ad agire sistemo un lenzuolo di tovaglioli di carta, così da non sporcare il piano su cui, in quanto a igiene, si potrebbe eseguire con serenità un intervento al miocardio. Verso il termine dell’operazione, quella di rimpinzamento non quella al miocardio, mi sorge il dubbio che la capienza del barattolo non sia sufficiente a contenere l’intero pacco. Considerando, però, che queste cose mia suocera le ha pensate prima che il caffè fosse importato dalle Americhe, mi rilasso e procedo, ché al massimo avrei trovato un post-it con su scritto Se dovete rimpinzare il barattolo, sappiate che il caffè contenuto nel pacco, ubicato nello scaffale 3 posto 17 (o 19 non ricordo) non ci entra tutto: regolatevi.

Ma anche le suocere sono perfettibili, per cui in pochi istanti il caffè prende il sopravvento, finendo ben oltre il lenzuolo precauzionale precedentemente steso: tutti gli asettici chiccheri del tavolo contaminati dalla polvere nera. Panico.

Corro nello stipo dei prodotti per la casa, affianco a quello dei presidi medico-chirurgici, e prendo il primo straccio che mi viene a tiro. Pulisco tutto. La chiave di mia suocera è ormai dentro la toppa. Ingoio lo straccio.

Ah, brava, Miriam, ti stai facendo il caffè! …Sì! Per Voi quanto zucchero?

 

 

Stupore in fiocchi

In questi giorni è arrivata la neve. Qui al Sud non è cosa solita.

Noi del Sud siamo per antonomasia soliti al sole e alle alte temperature.

Noi del Sud già a dieci gradi abbiamo esaurito ogni contromisura possibile al freddo: maglioni di pile, cappelli di lana, stivaletti imbottiti di pelame ignoto, coperte termiche, termosifoni e, nei casi di freddo più intenso, pure i bracieri.

Eppure la neve ci piace. Ci piace guardarla dai vetri mentre si posa su spiagge ed altre certezze; mentre trasforma le geometrie note.

La neve ci piace pure toccarla, così usciamo per strada, per metterci dentro le mani e scoprire quale mai sia la consistenza dello stupore.

Quand’ero bambina ci andavo ogni inverno, sui monti di fronte la costa, che io e papà indagavamo per vedere quand’è che arrivava.

L’attrezzatura da gita invernale non prevedeva granché: sacchi neri, quelli per la spazzatura, da indossare a mo’ di mutandoni, doposci (unica cosa lontanamente professionale) e mutande di ricambio, considerata la scarsa tenuta dei sacchi.

Arrivati sul posto, papà preparava la pista lanciandovisi per primo ed io lo seguivo nel solco già fatto. La tecnica sciistica era per tutti quella del culo per terra. Avanti così per un po’, fino a quando si era completamente bagnati ed infreddoliti; a quel punto si rientrava in macchina, i glutei coperti dalle stalattiti, dove i bocchettoni dell’aria condizionata rendevano meno arduo il cambio delle suddette mutande.

Ormai è da tanto che non scio più e il freddo lo soffro non poco.

Eppure la neve mi piace. Mi piace guardarla dai vetri mentre si posa sulle certezze, mentre trasforma le geometrie di ciò che mi è noto. Io alle mani soffro di geloni, ma la neve mi piace pure toccarla, per scoprire quale mai sia la consistenza dello stupore.

Ecco, io credo che in fondo la neve sia il modo in cui Dio ricorda ad ognuno di meravigliarsi.

 

 

 

 

Il motivo

Sì, insomma, scopri che non puoi avere figli e la prima cosa che ti salta in mente è scriverci un libro?

Non è andata esattamente così.

La prima cosa che fai è piangere. La seconda pure.

Poi cerchi di razionalizzare, ma riesci solo a piangere di nuovo.

Allora per andare avanti ti inventi un modo per non impazzire, che è meglio mantenersi lucida, casomai alla fine un figlio poi arrivasse.

E il mio è stato scrivere. Scrivere quello che avevo vissuto e che stavo vivendo, ma non come un diario, che quelli sono fra le tante cose che non  ho mai potuto sopportare.

Ho scritto a me, guardandomi da fuori. Ho scritto a me per darmi consigli.

Ho scritto a me di quel dolore che era mio, perché volevo sfotterlo per riderne. Per ridere.

La verità è che ognuno ha il proprio modo per non impazzire e questo, semplicemente, è stato il mio.

C’è chi si dedica a uno sport, chi al bricolage, chi fa l’amore (io manco quello, ma il perché lo scoprite leggendo il libro) chi rompe le palle al prossimo, chi mangia, chi beve e chi scrive.

Ecco, io scrivo per lasciare andare.

 

 

Lettere lontane

Alla Befana io ci credo. Ci ho creduto sempre.

E pure a Babbo Natale, per dir la verità. Insomma, a tutti quelli che, senza palesarsi, erano soliti lasciarmi dei regali.

Ora, non che io sia una credulona, ma se mamma e papà mi dicono che è vero, è vero senza dubbio. Perché mamma e papà bugie non me ne hanno dette mai.

Per cui, la lettera io l’ho scritta sempre, all’uno come all’altra, pur senza mai specificare una richiesta; era piuttosto una lettera di cortesia, per sapere a distanza di un anno come stessero, che sai com’è a una certa età. Per il regalo lasciavo libertà d’azione, perché ad essere sincera nemmeno da bambina ho mai desiderato nulla. O almeno nulla che entrasse dentro un pacco. E allora scrivevo “fate voi”, ché tanto a me bastava trovarlo sotto l’albero e toccarlo; mi piaceva immaginare dalla carta cosa fosse, ma soprattutto mi piaceva l’idea che lo avessero portato loro, da lontano.

Che fossero venuti quella notte, a lasciarlo lì per me. E che avessero bevuto il latte coi biscotti che lasciavo io per loro.

Quella notte in cui io fingevo di dormire, perché lo sanno tutti che, una volta che li vedi, non ritornano. E io, lo giuro, non li vidi mai.

Eppure, a un certo punto, non sono più tornati. Perché sono cresciuta, io credo.

I genitori dei miei amici, un giorno, confessarono: Babbo Natale e la Befana erano sempre stati loro.

I miei, invece, no; papà addirittura diceva di aver visto la slitta prima, e poi la scopa, dalla finestra della mia stanzetta. E ve l’ho detto che se mamma o papà mi dicono qualcosa, è vera senza dubbio.

Comunque, visto che ormai sono cresciuta e loro vanno solo dai bambini, io la lettera non la scrivo più; però c’ho ancora conservate quelle loro. Perché a me Babbo Natale e la Befana, oltre al regalo, lasciavano pure la risposta.

 

 

 

 

Radunate i parenti

Per le feste di Natale ho fatto le extension alle ciglia.

Ogni pelo del mio occhio sapientemente allungato da altrettanti peli di non  meglio specificata provenienza.

Settanta per palpebra. Una cosa sobria.

Considerato che a nessun veglione, festa danzante o party esclusivo avrei potuto ostentarle, vista la presenza di un figlio di quattro mesi scarsi,  avevo già abbandonato il proposito di diventare protagonista di originalissime foto con bicchiere in mano e sguardo da figa.

“Ma non finisce mica il cielo”, insomma, Natale è per eccellenza la festa delle famiglie, nonché l’occasione migliore per rivedere i parenti lontani, mostrando loro l’eccellente ripresa post-partum.

Le mie meravigliose ciglia finte sarebbero servite a distogliere l’attenzione dalle occhiaie, figlie di notti insonni, e il correttore avrebbe ultimato il piano ordito dalla vanità.

E’ il primo gennaio, i parenti lontani sono vicinissimi ed io come al solito ho dormito poco, ma già so come ovviare al problema.

Faccio per alzarmi, quando i dolori alle ossa mi danno il buongiorno, un attimo prima che la gola paia non voler far passare nemmeno i miei consueti due bicchieri d’acqua, atti a tenere a bada la ritenzione idrica.

La mia temperatura corporea, che normalmente si aggira intorno a un cadaverico 35.5, arriva in poche ore a un bel 38 pieno, cosa che comunico a tutti, al grido di “Radunate i parenti!”.

Anzi, no, facciamo che non vengano i parenti, che io sono in un poco festivo e scoordinato pigiama + vestaglia in pile, e con gli occhi gonfi come una murena; i capelli, quelli per fortuna li ho lavati ieri. Ché quando diventi madre capisci il senso profondo di “non rimandare a domani quello  che puoi fare oggi”, del tipo che il lunedì a colazione mangi fino al pranzo del mercoledì compreso.

Sconfortata, attendo l’arrivo degli ospiti sul divano, con le fattezze di una medusa adagiata sull’arenile, accarezzando la smisurata curva delle mie ciglia, al ritmo dei respiri affannati.

Loro entrano, nei vestiti della festa in cui domani non entreranno più,  ed io decido di puntare sulla pietà.

La cena fila liscia, con me che racconto fino allo sfinimento di com’è che ho scritto un libro e aperto un blog e le presentazioni che farò eccetera eccetera, ché tanto vale mostrarsi intelligenti, quando non puoi sembrare gnocca.

Felice di aver suscitato l’interesse di qualche commensale -certo, la zia Titina dorme dall’antipasto di salmone affumicato- mi alzo per rispondere al pianto di mio figlio. Ed è mentre mi sforzo di avere un passo fluido e regale, a dispetto dei dolori, che la merdosissima uva passa di uno dei quindici panettoni mi finisce sotto la ciabatta, facendomi fluidamente cadere fra le risa generali.

Inchino, fiori sul palco, sipario.

 

 

Battaglia Natale

Reduce da una notte in bianco, la mia mattinata è cominciata con bruciore di stomaco a cui è seguito il vomito.
Quando a distanza di qualche ora ho cercato di alzarmi, delle fitte fra il collo e le spalle mi hanno annunciato l’inattesa contrattura.
Telefono a mia suocera, che notoriamente sostituisce la farmacia di turno, e mi faccio recapitare muscoril e dicloreum -“fa’ vede’ che abbondiamo”- in pratiche fiale da iniettare.
A casa sono presenti, oltre a mio figlio, un marito reduce da notte insonne e una madre atta a tuculiare la carrozzina, al fine di addormentare il figlio di cui sopra, nonché a praticare l’iniezione.
Interrotta l’attività tuculiatoria, si accinge ad inserire la siringa, che non appena estratta mi vede preda di una calo di pressione.
In pochi secondi mi ritrovo distesa sul divano con le gambe alte sul fasciatoio adiacente e il culo ancora all’aria; il tutto abbinato ad un pigiama spezzato, poiché sui pantaloni originali aveva provveduto ieri notte a vomitare Ascanio. Pigiama di pile, per la cronaca, agganciato in calzettoni di pile e abbinato a vestaglia dello stesso materiale.
Sempre per amor di verità, non si può trascurare che i capelli miei e quelli di mia madre, la tuculiatrice, sommati arrivano a un livello di untuosità che manco “Farchioni, mi passi l’olio?”.
E mentre sono all’apice dell’inguardabilità, mi tornano alla mente le mie meravigliose ciglia, magistralmente allungate per le feste e che nel contesto odierno hanno anche un non so che di grottesco; ciglia che naturalmente non potrò sfruttare, ragion per cui non appena starò meglio mi toccherà uscire ed ammiccare forsennatamente a tutti. E che ne viene viene.
Per non parlare dei 36 (e dico trentasei) euri al chilo di panettone di De Riso con crema di pistacchio, che la nausea non mi farà mangiare e che fino ad oggi avevo solo annusato dal cartone, attualmente intonso per decenza più che per tradizione.
Mio figlio, che da un po’ cercava i mezzi per uccidermi (il primo è stato venir fuori attraverso le mie parti basse) nel frattempo, osserva gli eventi dalla carrozzina, sorridendo tronfio per questo difficile colpo messo a segno nella sua battaglia navale umana.
Colpita e affondata!