Il gioco del cucù

Mi piace giocare a nascondermi.

Con mio figlio lo faccio spesso: sparisco per poi riapparire dagli angoli che non si aspetta. E’ un gioco semplice, ma lui ride, anche quando il tempo fra la sparizione e il ritorno si allunga. Ride perché anche se non sa da dove, lo sa che torno. Prima o poi io torno.

È un gioco semplice, ma serve ad educarlo, a fargli capire che ci sono anche quando non mi vede; che non deve stancarsi di guardarsi intorno e cercarmi, perché prima o poi io torno e nel frattempo lo osservo, lo osservo e sorrido.

Allo stesso modo mi piace pensare che da qualche parte, nascosta negli angoli che non mi aspetto, ci sia Lei che mi osserva e sorride. Certo, il tempo fra la sparizione e il ritorno si è di molto allungato, ma io lo so che c’è anche quando non la vedo e non credo mi stancherò mai di guardarmi intorno e cercarla. Perché quello di nascondersi è un gioco semplice.

Perché è tutto un gioco.

 

Letto a tre piazze

Ebbene, lo confesso: mio figlio dorme in mezzo.

E non ogni tanto, quando magari si sveglia nel cuore della notte e non riesce a riaddormentarsi. No, mio figlio dorme in mezzo fra me e il  papà perché il suo posto è quello.

Mio figlio dorme in mezzo perché per nove mesi mi ha dormito dentro e – anche questo vi confesso – in mezzo sono io che ce l’ho messo. Perché per nove mesi gli ho dormito attorno e in mezzo è quanto di più vicino io sia riuscita a fare.  E perché domani, già lo so, sarà lui a chiedermi più spazio, a chiedermi un suo spazio.

Allora faccio oggi il pieno del suo odore, del suo fiato e delle sua mani che cercano il mio viso. Perché domani, già lo so, potrò solo ricordarlo.

Mio figlio dorme in mezzo, o forse sono io, piuttosto, che gli dormo accanto.

 

Astenersi perditempo

Ebbene, è il caso che io inizi a parlarvene.

Manca davvero poco e vorrei che aveste il tempo di annoverare anche questo nella mia biografia, quella in cui mi ricorderete figa, col naso alla francese e scrittrice di talento. Scrittrice di talento che per poco non è riuscita a vedere pubblicata la sua opera prima, cosa che renderà talmente ricco il mio editore, da consentirgli di fuggire su un’isola tropicale e fare della vendita di collanine con denti di squalo la sua principale attività.

Dunque, fra pochi giorni dovrò prendere un aereo ed ormai da una settimana ha cominciato a salirmi quella fisiologica inquietudine, che per convenzione qui chiamerò terrore.

Ora, voi direte, si tratta di andare a Milano, non a New York, che minchia ci vai a fare in aereo se sei terrorizzata, prendi un treno e in cinque ore scarse sei lì.

E no! Perché dopo quasi sette mesi questa è la prima volta che mi separo da mio figlio e, costi quel che costi, voglio che la distanza geografica fra noi duri il meno possibile. (Sì, sono una mamma apprensiva)

Tutto organizzato: la fiera apre alle 10.00,  orario comodo, consentendomi di prendere un ancor più comodo volo delle 6.00, uscendo comodamente di casa alle 4.00.

La sera, a fiera finita, un fantastico aereo delle 22.00 mi riporterà nel mio letto intorno alle 2.00. Perfetto.

Se non fosse per la certezza di un’emicrania e quel terrore di cui sopra – ribadisco, è solo fisiologica inquietudine – che mi porta a temere qualsiasi cosa, dal decollo, che solo a pensarci provo pena per la mano dell’ignaro malcapitato che siederà al mio fianco, all’atterraggio, che all’idea del rumore delle ruote sull’asfalto ho già la tachicardia, passando per i vuoti d’aria.

E gli aeroporti? Lo sanno tutti che sono il luogo prescelto per attentati di varia natura. No, questo genere di cose non fa per me, troppe ansie in un giorno solo, da cumulare alle ansie dei giorni precedenti e a quelle mie di base.

Facciamo così, il viaggio è domenica, per cui se c’è qualcuna che vuol sostituirmi si faccia pure avanti. In fondo, per fingersi me, basta che abbia una discreta capacità dialettica, un non troppo marcato accento del Sud,  carnagione e capelli chiari, corpo mozzafiato, sorriso contagioso e le ciglia, che siano lunghissime. E il naso, per favore, alla francese.

Ok, avete ragione, questa non è ancora la mia biografia: va bene anche un uomo che non abbia troppi peli.

 

San Valentino

Io l’amore l’ho visto. L’ho visto davvero.

Chiaro, nei volti di donne in sale d’attesa.

Amore violento che tormenta i sogni, lasciando al mattino le tracce sul contorno occhi. Amore romantico di sorrisi e imbarazzo.

Amore aspettato di unghie mangiate, perché quello vero, da che mondo è mondo, si è sempre fatto desiderare.

Amore cercato e non ricambiato, ché tanto lui basta a se stesso.

Amore di disperazione e speranze, nutrite, illuse, talvolta perdute, ma mai, dico mai, dimenticate.

Imperturbabile amore di corpi esplorati da gente che per mestiere fa nascere amore.

Ho visto l’amore muoversi agile fra iniezioni e camici bianchi. Amore nascosto e inaspettato.

Che ognuno lo trovi, là dove credeva di aver già guardato.

 

Fuori di sé

Quel giorno per la prima volta me lo sono visto fuori.

Per la prima volta. Nonostante il cordone lo avessero tagliato mesi prima.

Mio figlio era in braccio al suo papà, quando ha risposto sorridendo a un sorriso sconosciuto. Altre volte era accaduto, ma in quella mi è parso di vedere qualcos’altro, o forse solo qualche cosa in più, qualcosa che anche prima c’era, pur senza che io la vedessi.

Ho avuto in quell’istante la sensazione netta di lui come persona, un’entità a sé stante e scissa dalla mia. Perché un conto è vederlo interagire, un altro è realizzare. Realizzare che non è più parte del tuo corpo, che non sei più tu.

Che puoi sforzarti quanto vuoi a fare il solco, ma il cammino dovrà farlo lui. Che potrai controllare l’altezza esatta di ogni ostacolo, ma il salto lo farà da solo. E nulla di quello che tu faccia potrà mai impedirgli di cadere. Tu al massimo potrai disinfettargli le ginocchia.

In quell’istante ho realizzato che il mio posto non è al fianco, ma appena un passo indietro e poi man mano più distante, seduta sugli spalti della sua esistenza, a guardarlo mentre conduce la sua vita fuori dal mio ventre.

Seduta sugli spalti a fare il tifo, sempre. A fargli l’occhiolino se mi guarda.

 

Esclusività

Mi sono chiesta spesso che senso avesse pubblicare un libro. Un libro sulla maternità mancata.

Mi sono chiesta spesso e soprattutto se fosse giusto farlo. Se fosse giusto ora, che madre lo sono diventata. Perché io scrivo per lasciare andare, e questo l’ho già detto, ma pensare che qualcuno possa leggermi è tutta un’altra storia.

Ho sempre creduto, e lo credo ancora, che troppa gente scriva e troppo poca legga. Che un conto è scrivere, un conto aver qualcosa da raccontare. Sa lo si ha, allora si può scrivere per gli altri, altrimenti se proprio se ne sente l’impellenza si scrive per sé stessi. E per me stessa avevo scritto io, mai pensando di aver granché da dire, di aver granché da dare.

Forse, però, in qualche modo mi sbagliavo.

Il verso di un cantautore che amo molto recita che: la gioia, come il dolore, si deve conservare, si deve trasformare* ed io è quello che scrivendo ho voluto fare. Condividere emozioni, di natura varia, rendendole parole, per elaborarle insieme a chi le leggerà.

Perché anche a fronte delle singole esperienze personali, di nessuna gioia, come di nessun dolore si possiede l’esclusività. E se questo, da una parte, ci rende tutti poco originali, dall’altra è un modo buono per convincersi che in fondo, nella vita, non si è mai davvero soli.

 

* Solo un uomo, Niccolò Fabi

 

Il bimbo e il mare

Ha detto la mia mamma che domani ci riposeremo.

Sì, perché, sapete, io scappo da una vita. Va bene che è da poco che sto al mondo, ma posso garantirvi che è difficile anche nascere scappando.

E poi, è vero che non ho molti anni, ma c’ho esperienza nel settore, perché noi scappiamo di famiglia. Mamma, per esempio, scappando mi ha allattato, per raggiungere papà che era già scappato.

Ancora adesso lo stiamo raggiungendo, anche se io di questo gioco di scappare sono un poco stanco e vorrei tornare a casa. Mamma però mi ha detto che sono stato bravo e per premio stanotte mi porta sopra il mare.

Il mare è un’acqua che sta in mezzo alla terra: io non lo conosco, ma dicono che è bello.

Si è fatta sera ed io ho fame e freddo. Mamma mi ha detto che mangeremo dopo, dopo che avremo visto il mare.

Con noi c’è tanta gente. Tutti saliamo su una cosa che inizia a dondolare e tutti dicono che è il mare. Eppure non lo  vedo, non vedo quasi niente, solo il viso di quelli attorno a me, che a un certo punto iniziano a gridare.

Saranno freddo e fame anche per loro, penso io, che a questo punto piango, che se lo fanno tutti, posso farlo anch’io.

Ho deciso, il mare non mi pace, perché si muove troppo, non si vede e fa sentire freddo. E fa sentire acqua, perché ora me la sento addosso. Ed è anche addosso alla mia mamma.

Il mare, forse, non è così cattivo.

Il freddo ora è passato. Sono tornato a casa. C’è pure il mio papà.

 

-A tutti coloro che vivono scappando-

 

Il motivo

Sì, insomma, scopri che non puoi avere figli e la prima cosa che ti salta in mente è scriverci un libro?

Non è andata esattamente così.

La prima cosa che fai è piangere. La seconda pure.

Poi cerchi di razionalizzare, ma riesci solo a piangere di nuovo.

Allora per andare avanti ti inventi un modo per non impazzire, che è meglio mantenersi lucida, casomai alla fine un figlio poi arrivasse.

E il mio è stato scrivere. Scrivere quello che avevo vissuto e che stavo vivendo, ma non come un diario, che quelli sono fra le tante cose che non  ho mai potuto sopportare.

Ho scritto a me, guardandomi da fuori. Ho scritto a me per darmi consigli.

Ho scritto a me di quel dolore che era mio, perché volevo sfotterlo per riderne. Per ridere.

La verità è che ognuno ha il proprio modo per non impazzire e questo, semplicemente, è stato il mio.

C’è chi si dedica a uno sport, chi al bricolage, chi fa l’amore (io manco quello, ma il perché lo scoprite leggendo il libro) chi rompe le palle al prossimo, chi mangia, chi beve e chi scrive.

Ecco, io scrivo per lasciare andare.

 

 

Radunate i parenti

Per le feste di Natale ho fatto le extension alle ciglia.

Ogni pelo del mio occhio sapientemente allungato da altrettanti peli di non  meglio specificata provenienza.

Settanta per palpebra. Una cosa sobria.

Considerato che a nessun veglione, festa danzante o party esclusivo avrei potuto ostentarle, vista la presenza di un figlio di quattro mesi scarsi,  avevo già abbandonato il proposito di diventare protagonista di originalissime foto con bicchiere in mano e sguardo da figa.

“Ma non finisce mica il cielo”, insomma, Natale è per eccellenza la festa delle famiglie, nonché l’occasione migliore per rivedere i parenti lontani, mostrando loro l’eccellente ripresa post-partum.

Le mie meravigliose ciglia finte sarebbero servite a distogliere l’attenzione dalle occhiaie, figlie di notti insonni, e il correttore avrebbe ultimato il piano ordito dalla vanità.

E’ il primo gennaio, i parenti lontani sono vicinissimi ed io come al solito ho dormito poco, ma già so come ovviare al problema.

Faccio per alzarmi, quando i dolori alle ossa mi danno il buongiorno, un attimo prima che la gola paia non voler far passare nemmeno i miei consueti due bicchieri d’acqua, atti a tenere a bada la ritenzione idrica.

La mia temperatura corporea, che normalmente si aggira intorno a un cadaverico 35.5, arriva in poche ore a un bel 38 pieno, cosa che comunico a tutti, al grido di “Radunate i parenti!”.

Anzi, no, facciamo che non vengano i parenti, che io sono in un poco festivo e scoordinato pigiama + vestaglia in pile, e con gli occhi gonfi come una murena; i capelli, quelli per fortuna li ho lavati ieri. Ché quando diventi madre capisci il senso profondo di “non rimandare a domani quello  che puoi fare oggi”, del tipo che il lunedì a colazione mangi fino al pranzo del mercoledì compreso.

Sconfortata, attendo l’arrivo degli ospiti sul divano, con le fattezze di una medusa adagiata sull’arenile, accarezzando la smisurata curva delle mie ciglia, al ritmo dei respiri affannati.

Loro entrano, nei vestiti della festa in cui domani non entreranno più,  ed io decido di puntare sulla pietà.

La cena fila liscia, con me che racconto fino allo sfinimento di com’è che ho scritto un libro e aperto un blog e le presentazioni che farò eccetera eccetera, ché tanto vale mostrarsi intelligenti, quando non puoi sembrare gnocca.

Felice di aver suscitato l’interesse di qualche commensale -certo, la zia Titina dorme dall’antipasto di salmone affumicato- mi alzo per rispondere al pianto di mio figlio. Ed è mentre mi sforzo di avere un passo fluido e regale, a dispetto dei dolori, che la merdosissima uva passa di uno dei quindici panettoni mi finisce sotto la ciabatta, facendomi fluidamente cadere fra le risa generali.

Inchino, fiori sul palco, sipario.