Fuori stagione

Quell’anno l’estate era finita un poco prima.

Era venerdì e, come ogni sacrosanta settimana estiva, tornavo nella casa che tuttora impropriamente definisco mia.

Quell’anno l’estate era finita una sera di settembre, in cui una tempesta di fulmini mi accolse con mia madre, ombrelli e infradito, che chiedeva, a se stessa più che a me, chi diavolo me lo avesse fatto fare.

Non so se l’ho mai detto, ma io ho una passione per i temporali. E non so neanche se ho mai detto questo, ma la mia Terra è addirittura più bella durante la tempesta. Durante la tempesta, che sia di cielo o mare, la natura sfoga i propri malumori e, per una catarsi che non so spiegare, è come se sfogasse pure i miei.

Così, espletati velocemente i saluti rituali, mi diressi sul balcone, postazione favorita sin da piccola, per aspettare che si placasse l’aria. Balcone da cui oggi non posso più guardare ma che – ironia della sorte – posso osservare da quello della nuova casa dei miei che, per inciso, mia non sarà mai.

Balcone da cui, quella sera in cui finì l’estate, vidi fulmini cadere sopra il mare, in un silenzio rotto solo da un vicino di terrazzo stagionale, improvvisatosi tenore.

Si affacciò senza preavviso e a petto nudo, come il noto egoista di una pubblicità, e cominciò a cantare, quasi a voler intimorire i tuoni.

Torna maggio e torna ‘ammore: fa’ de me chello che vuó. Torna maggio e torna ‘ammore: fa’ de me chello che vuó.

 

 

Il bimbo e il mare

Ha detto la mia mamma che domani ci riposeremo.

Sì, perché, sapete, io scappo da una vita. Va bene che è da poco che sto al mondo, ma posso garantirvi che è difficile anche nascere scappando.

E poi, è vero che non ho molti anni, ma c’ho esperienza nel settore, perché noi scappiamo di famiglia. Mamma, per esempio, scappando mi ha allattato, per raggiungere papà che era già scappato.

Ancora adesso lo stiamo raggiungendo, anche se io di questo gioco di scappare sono un poco stanco e vorrei tornare a casa. Mamma però mi ha detto che sono stato bravo e per premio stanotte mi porta sopra il mare.

Il mare è un’acqua che sta in mezzo alla terra: io non lo conosco, ma dicono che è bello.

Si è fatta sera ed io ho fame e freddo. Mamma mi ha detto che mangeremo dopo, dopo che avremo visto il mare.

Con noi c’è tanta gente. Tutti saliamo su una cosa che inizia a dondolare e tutti dicono che è il mare. Eppure non lo  vedo, non vedo quasi niente, solo il viso di quelli attorno a me, che a un certo punto iniziano a gridare.

Saranno freddo e fame anche per loro, penso io, che a questo punto piango, che se lo fanno tutti, posso farlo anch’io.

Ho deciso, il mare non mi pace, perché si muove troppo, non si vede e fa sentire freddo. E fa sentire acqua, perché ora me la sento addosso. Ed è anche addosso alla mia mamma.

Il mare, forse, non è così cattivo.

Il freddo ora è passato. Sono tornato a casa. C’è pure il mio papà.

 

-A tutti coloro che vivono scappando-

 

Sabbia di dicembre

L’Isola era fatta di Vento.
Nei giorni in cui era più forte mi piaceva inseguirlo per la strada panoramica, fino a scoprire dove aveva spinto il mare.
E un’isola, si sa, è fatta sempre anche di Mare.
Mi piaceva, quando l’estate era finita, attraversare il ponte che porta lì a Caprera e fermarmi su i Due Mari a respirare, oppure attendere la sera per poter vedere un cielo pulito di altri tempi.
Mi piaceva essere parte di una terra, che per alcuni sa di isolamento, mentre è solo privilegio.
Perché -badate bene- è l’Isola che sceglie e se ti sceglie poi ti resta.
Ti restano il profumo del mirto, il sole dietro Santo Stefano e una manciata di sabbia sottile fra i neuroni, il che spiega pure tante cose.
Ti resta la voglia strampalata di scriverne ancora, in un giorno di dicembre, quando non ti manca niente.
E ti resta, in un posto che non sai, l’ultimo soffio di un maestrale, pronto a scuoterti l’anima come le foglie del ginepro.

-A La Maddalena, che ho nel cuore e che ha un pezzo del mio-