Salerno ha Voglia di fragole

 

Il 30 marzo Voglia di fragole – manuale serissimo di sopravvivenza al desiderio di maternità sarà ufficialmente in vendita in libreria e sui portali on-line.

Alle 18.30 dello stesso giorno, presso la libreria Imagine’s Book di Salerno (ex Guida), ci sarà la prima delle presentazioni in programma. Sarò in compagnia della giornalista Francesca Salemme e degli attori Tonia Filomena e Gian Maria Talamo.

Vi aspetto!

 

Prossimi appuntamenti 2017: 1/04 Maiori (SA), 8/04 Cetara (SA), 21/04 Furore (SA)

*** Voglia di fragole è acquistabile su http://www.marlineditore.it/shop/83/83/1836_voglia-di-fragole.xhtml?a=87, ***

 

 

Start

Fra una settimana parto per un viaggio. E sono felice, ma allo stesso tempo spaventata.

Un viaggio insieme a Voglia di fragole.

Un percorso di cui non so assolutamente nulla e in cui di definito c’è solo qualche data. Un percorso che magari – magari no – si risolverà in bolle di sapone, ma la cui rotta, nel frattempo, non posso controllare. E io odio quando qualcosa non si lascia controllare.

Vabbè, facciamo le persone oneste,  più che di odio si tratta di paura, per dirla tutta, proprio strizza. Ma tanto, arrivata a questo punto, non posso più tornare indietro, per cui Forza e Coraggio!

Anche perché, parafrasando quello che una volta disse una delle mie poche amiche, il coraggio non è assenza di paura, ma la capacità di tenerla bada il tempo necessario a fare ciò che serve.

E a me ora serve di partire. Chi ha voglia di farmi compagnia?

P.S. Non che ci voglia molto, ma scrivo meglio di quanto fotografo.

 

Voglia di fragole

Ricordo a memoria il primo capitolo, quello che poi è diventato il capitolo zero. E ricordo a memoria quel pomeriggio di quasi tre anni fa, quello in cui, rientrata a casa, mi misi davanti al PC.

Un pomeriggio di merda, per dirla con franchezza, non diverso dai molti di quell’epoca. Un pomeriggio di merda, esattamente così come mi sentivo.

Lui mi spronava a reagire, a guardare le cose con lucidità, ché scindendo i problemi reali dalle paranoie è più facile affrontarli. Quel pomeriggio provai a dargli retta, lasciando alle dita sulla tastiera il compito arduo di far da setaccio.

Così quel capitolo, che ora ricordo a memoria, fu presto seguito da altri, che col tempo trovarono anche l’esatta reciproca collocazione. Quello, però, è sempre rimasto il primo fra tutti. E, resti fra noi, fra tutti il solo a cui non ho mai cambiato neppure, letteralmente, una virgola.

Non credevo, in quel pomeriggio di merda, che le mie parole avrebbero avuto un corpo. E – forse sarò anche di parte – non mi sembra sia poi così male.

 

Potrebbe andare peggio

Ho sempre detto che del giudizio altrui non me ne frega nulla. E, giuro, ci credevo.
Poi un giorno ho scritto della roba, senza pretese, ma solo perché in qualche modo mi faceva bene. A distanza di un paio d’anni qualcuno mi ha spinto a pubblicarla e io che sono di facili entusiasmi mi son detta perché no?, è figo fare un libro.
Così oggi l’editore mi ha avvisato che sta per andare in stampa, mentre io sto ancora realizzando.

Cosa? Beh, per esempio, che del giudizio altrui un pochino me frega. Anzi, per dirla da autrice letteraria, me la faccio addosso alla sola idea che qualcuno legga quel che ho scritto. Bene inteso: io voglio che in tanti leggano il mio libro, ma allo stesso tempo temo quello che penseranno poi.
Per non parlare del timore che invece nessuno se lo caghi questo benedetto libro! Insomma, io già ero paranoica e ossessiva, adesso sono pure ansiosa, anzi, in verità lo ero pure prima, ma adesso ho un motivo in più per esserlo.
Considerando che all’uscita in libreria manca ancora un mese – cazzo, solo trenta giorni! – ho tutto il tempo per sviluppare le psicosi che ancora mancano all’appello, nonché ogni patologia psicosomatica possibile.

Roba che mi vedo già, durante le presentazioni, coi capelli diradati da un’orribile alopecia, ricoperta da foruncoli, mentre fra un tic e l’altro, rosicchiandomi le unghie, rispondo alle domande.
Ma potrebbe andare peggio, potrebbe piovere.

 

San Valentino

Io l’amore l’ho visto. L’ho visto davvero.

Chiaro, nei volti di donne in sale d’attesa.

Amore violento che tormenta i sogni, lasciando al mattino le tracce sul contorno occhi. Amore romantico di sorrisi e imbarazzo.

Amore aspettato di unghie mangiate, perché quello vero, da che mondo è mondo, si è sempre fatto desiderare.

Amore cercato e non ricambiato, ché tanto lui basta a se stesso.

Amore di disperazione e speranze, nutrite, illuse, talvolta perdute, ma mai, dico mai, dimenticate.

Imperturbabile amore di corpi esplorati da gente che per mestiere fa nascere amore.

Ho visto l’amore muoversi agile fra iniezioni e camici bianchi. Amore nascosto e inaspettato.

Che ognuno lo trovi, là dove credeva di aver già guardato.

 

Fuori di sé

Quel giorno per la prima volta me lo sono visto fuori.

Per la prima volta. Nonostante il cordone lo avessero tagliato mesi prima.

Mio figlio era in braccio al suo papà, quando ha risposto sorridendo a un sorriso sconosciuto. Altre volte era accaduto, ma in quella mi è parso di vedere qualcos’altro, o forse solo qualche cosa in più, qualcosa che anche prima c’era, pur senza che io la vedessi.

Ho avuto in quell’istante la sensazione netta di lui come persona, un’entità a sé stante e scissa dalla mia. Perché un conto è vederlo interagire, un altro è realizzare. Realizzare che non è più parte del tuo corpo, che non sei più tu.

Che puoi sforzarti quanto vuoi a fare il solco, ma il cammino dovrà farlo lui. Che potrai controllare l’altezza esatta di ogni ostacolo, ma il salto lo farà da solo. E nulla di quello che tu faccia potrà mai impedirgli di cadere. Tu al massimo potrai disinfettargli le ginocchia.

In quell’istante ho realizzato che il mio posto non è al fianco, ma appena un passo indietro e poi man mano più distante, seduta sugli spalti della sua esistenza, a guardarlo mentre conduce la sua vita fuori dal mio ventre.

Seduta sugli spalti a fare il tifo, sempre. A fargli l’occhiolino se mi guarda.

 

Esclusività

Mi sono chiesta spesso che senso avesse pubblicare un libro. Un libro sulla maternità mancata.

Mi sono chiesta spesso e soprattutto se fosse giusto farlo. Se fosse giusto ora, che madre lo sono diventata. Perché io scrivo per lasciare andare, e questo l’ho già detto, ma pensare che qualcuno possa leggermi è tutta un’altra storia.

Ho sempre creduto, e lo credo ancora, che troppa gente scriva e troppo poca legga. Che un conto è scrivere, un conto aver qualcosa da raccontare. Sa lo si ha, allora si può scrivere per gli altri, altrimenti se proprio se ne sente l’impellenza si scrive per sé stessi. E per me stessa avevo scritto io, mai pensando di aver granché da dire, di aver granché da dare.

Forse, però, in qualche modo mi sbagliavo.

Il verso di un cantautore che amo molto recita che: la gioia, come il dolore, si deve conservare, si deve trasformare* ed io è quello che scrivendo ho voluto fare. Condividere emozioni, di natura varia, rendendole parole, per elaborarle insieme a chi le leggerà.

Perché anche a fronte delle singole esperienze personali, di nessuna gioia, come di nessun dolore si possiede l’esclusività. E se questo, da una parte, ci rende tutti poco originali, dall’altra è un modo buono per convincersi che in fondo, nella vita, non si è mai davvero soli.

 

* Solo un uomo, Niccolò Fabi

 

Scatole speciali

Già da diversi anni non ci vivevo più, ma standoci i miei, restava comunque casa mia.

Poi un giorno loro se ne andarono in una nuova, più comoda di certo e, forse, più bella. Mi resi  conto tardi che dovevo dirle addio.

Addio al balcone su cui bambina mi agitavo credendo di fare ginnastica; lo stesso sul quale, più grande, mia nonna mi lesse l’Odissea. Addio al corridoio in cui lo zio Frank mi fece togliere le rotelle alla bici e che per me e papà fu campo di calcio e pallavolo. Corridoio in cui rotolarono birilli, volarono aerei di carta, frecce, volani.  E quadri, quadri assai.

Addio anche alla porta, da cui spuntava il sorriso di mia nonna, e ad ogni spigolo pieno dei ricordi di una bimba, cresciuta, ma non troppo; non abbastanza da imparare a dire addio. Ma tanto quello non si impara mai, lo si dice e basta, quasi per inerzia, serbando dentro un angolo di cuore tutto ciò che è stato.

Un angolo di cuore come uno scatolone, in cui tutti ordinatamente riponiamo quelle cose che non possono più essere, così da trovarle subito quando vogliamo farci male: progetti, liste di cose che avremmo dovuto ricordare, vecchie foto e sogni usciti fuori dai cassetti.

E chissà di che materiale è fatta la vita stipata nelle scatole interiori, ché ad annusarla dopo tanto tempo non sembra neanche andata a male.

 

 

ll posto del caffè

Stamattina, prima di uscire, mia suocera ha detto: Miriam, se vuoi farti il caffè, vedi che nel barattolo è finito. Il pacco nuovo lo trovi nello stipo all’ingresso.

Scaffale 3, posto 17 aggiungo io. Sì, perché tutto ciò che è in casa di mia suocera non è che sia semplicemente ordinato, no,  è catalogato. Catalogato e riposto in chiccheri, ovvero contenitori in plastica o in vetro, ermeticamente chiusi, di dimensioni variabili a seconda dell’oggetto da contenere. E di chiccheri mia suocera ne ha un numero che nessuno ancora è mai riuscito a calcolare, considerando che per ogni cosa contenibile ne possiede almeno due, casomai uno si rompa o scompaia per sempre, dopo essere stato prestato a gente come me.

Comunque, dicevamo, il caffè. Certo che voglio il caffè. Non appena finisco col pupo, pappa, pupù, poi nanna, mi preparo il caffè.

Il pupo è dormiente, per cui si può fare. Scaffale 3, posto 17: il caffè non c’è. C’è però l’origano essiccato da zia Rosa nel febbraio del 2016, buono a sapersi, ma non credo possa tornarmi utile al momento. Guardo un attimo le posizioni limitrofe e non tardo a scovare il caffè, slittato ad un inspiegabile posto 19. Ma ciò che conta è il risultato.

Vado in cucina e prendo il barattolo da rimpinzare. Siccome mi conosco, sul tavolo in cui mi accingo ad agire sistemo un lenzuolo di tovaglioli di carta, così da non sporcare il piano su cui, in quanto a igiene, si potrebbe eseguire con serenità un intervento al miocardio. Verso il termine dell’operazione, quella di rimpinzamento non quella al miocardio, mi sorge il dubbio che la capienza del barattolo non sia sufficiente a contenere l’intero pacco. Considerando, però, che queste cose mia suocera le ha pensate prima che il caffè fosse importato dalle Americhe, mi rilasso e procedo, ché al massimo avrei trovato un post-it con su scritto Se dovete rimpinzare il barattolo, sappiate che il caffè contenuto nel pacco, ubicato nello scaffale 3 posto 17 (o 19 non ricordo) non ci entra tutto: regolatevi.

Ma anche le suocere sono perfettibili, per cui in pochi istanti il caffè prende il sopravvento, finendo ben oltre il lenzuolo precauzionale precedentemente steso: tutti gli asettici chiccheri del tavolo contaminati dalla polvere nera. Panico.

Corro nello stipo dei prodotti per la casa, affianco a quello dei presidi medico-chirurgici, e prendo il primo straccio che mi viene a tiro. Pulisco tutto. La chiave di mia suocera è ormai dentro la toppa. Ingoio lo straccio.

Ah, brava, Miriam, ti stai facendo il caffè! …Sì! Per Voi quanto zucchero?

 

 

Il motivo

Sì, insomma, scopri che non puoi avere figli e la prima cosa che ti salta in mente è scriverci un libro?

Non è andata esattamente così.

La prima cosa che fai è piangere. La seconda pure.

Poi cerchi di razionalizzare, ma riesci solo a piangere di nuovo.

Allora per andare avanti ti inventi un modo per non impazzire, che è meglio mantenersi lucida, casomai alla fine un figlio poi arrivasse.

E il mio è stato scrivere. Scrivere quello che avevo vissuto e che stavo vivendo, ma non come un diario, che quelli sono fra le tante cose che non  ho mai potuto sopportare.

Ho scritto a me, guardandomi da fuori. Ho scritto a me per darmi consigli.

Ho scritto a me di quel dolore che era mio, perché volevo sfotterlo per riderne. Per ridere.

La verità è che ognuno ha il proprio modo per non impazzire e questo, semplicemente, è stato il mio.

C’è chi si dedica a uno sport, chi al bricolage, chi fa l’amore (io manco quello, ma il perché lo scoprite leggendo il libro) chi rompe le palle al prossimo, chi mangia, chi beve e chi scrive.

Ecco, io scrivo per lasciare andare.