Tempi maturi

Tempo di libri sfogliati controvoglia per l’ultimo ripasso, alcuni con la certezza di non riaprirli più. Tempo che ormai non c’è più tempo e quel che è fatto e fatto.

Tempo di promesse che “ci si rivede fra un anno, tutti, sempre qui”: tempo di bugie.

Tempo che scorre in fretta e tu gli corri avanti, tempo che il mondo è tuo e puoi distruggerlo e rifarlo, perché senti che sei libero e forse, in qualche modo, non sei così distante dall’idea di libertà.

Tempo che ti sfida e poi ti sfugge, tempo che ti credi onnipotente. E forse, in qualche, lo sei anche.

Ai maturandi di ogni Tempo-

 

Il gioco del cucù

Mi piace giocare a nascondermi.

Con mio figlio lo faccio spesso: sparisco per poi riapparire dagli angoli che non si aspetta. E’ un gioco semplice, ma lui ride, anche quando il tempo fra la sparizione e il ritorno si allunga. Ride perché anche se non sa da dove, lo sa che torno. Prima o poi io torno.

È un gioco semplice, ma serve ad educarlo, a fargli capire che ci sono anche quando non mi vede; che non deve stancarsi di guardarsi intorno e cercarmi, perché prima o poi io torno e nel frattempo lo osservo, lo osservo e sorrido.

Allo stesso modo mi piace pensare che da qualche parte, nascosta negli angoli che non mi aspetto, ci sia Lei che mi osserva e sorride. Certo, il tempo fra la sparizione e il ritorno si è di molto allungato, ma io lo so che c’è anche quando non la vedo e non credo mi stancherò mai di guardarmi intorno e cercarla. Perché quello di nascondersi è un gioco semplice.

Perché è tutto un gioco.

 

Gatti neri e uova giganti

Erano giorni di festa, quelli, in casa mia. C’erano gli zii del Nord e tanto bastava: la Pasqua era un fatto accidentale.

Dal giorno in cui, due settimane prima, i parenti lontani, in senso geografico, annunciarono la loro venuta, gli stipi avevano cominciato a riempirsi di qualsiasi cosa, purché fosse superflua. Dalle Colombe di vari formati, dal tacchino al colibrì, alla più esotica della frutta essiccata, tutto sapientemente nascosto all’interno dei tegami meno utilizzati, affinché non venisse impunemente consumato prima del tempo stabilito.

Quelli che erano giorni di festa lo furono ancora di più, quando al citofono ci fu rivelato che avevamo vinto il gigantesco uovo pasquale, in bella mostra nella vetrina della piccola salumeria sotto casa. Mia nonna aveva acquistato a nostra insaputa uno dei biglietti necessari per tentar quella sorte, cosa che, conoscendola, fece più per incapacità a rifiutare l’invito, che per il desiderio di vincere il premio.

Fatto sta che quando il pantagruelico uovo varcò la porta di ingresso a me parve ancora più grosso e di certo lo era assai più di me.

Aprirlo fu un rituale che officiarono i grandi ed io lo osservai in religioso silenzio, dividendomi col gatto nero lo spazio in braccio a mia nonna.

La meraviglia di quella bambina non fu scalfita neanche in minima parte dalla discutibile collana di perle che ne venne fuori. Dimostrando, peraltro, che mai da nessuno scrigno goloso potrà venir fuori la felicità.

L’uovo, comunque, ebbe vita breve, ma è ancora visibile, così come il gatto nero, in foto scattate per l’occasione.

Molti anni dopo, dai tegami in disuso negli stipi più in alto, abbiamo trovato la frutta essiccata.

 

Stupore in fiocchi

In questi giorni è arrivata la neve. Qui al Sud non è cosa solita.

Noi del Sud siamo per antonomasia soliti al sole e alle alte temperature.

Noi del Sud già a dieci gradi abbiamo esaurito ogni contromisura possibile al freddo: maglioni di pile, cappelli di lana, stivaletti imbottiti di pelame ignoto, coperte termiche, termosifoni e, nei casi di freddo più intenso, pure i bracieri.

Eppure la neve ci piace. Ci piace guardarla dai vetri mentre si posa su spiagge ed altre certezze; mentre trasforma le geometrie note.

La neve ci piace pure toccarla, così usciamo per strada, per metterci dentro le mani e scoprire quale mai sia la consistenza dello stupore.

Quand’ero bambina ci andavo ogni inverno, sui monti di fronte la costa, che io e papà indagavamo per vedere quand’è che arrivava.

L’attrezzatura da gita invernale non prevedeva granché: sacchi neri, quelli per la spazzatura, da indossare a mo’ di mutandoni, doposci (unica cosa lontanamente professionale) e mutande di ricambio, considerata la scarsa tenuta dei sacchi.

Arrivati sul posto, papà preparava la pista lanciandovisi per primo ed io lo seguivo nel solco già fatto. La tecnica sciistica era per tutti quella del culo per terra. Avanti così per un po’, fino a quando si era completamente bagnati ed infreddoliti; a quel punto si rientrava in macchina, i glutei coperti dalle stalattiti, dove i bocchettoni dell’aria condizionata rendevano meno arduo il cambio delle suddette mutande.

Ormai è da tanto che non scio più e il freddo lo soffro non poco.

Eppure la neve mi piace. Mi piace guardarla dai vetri mentre si posa sulle certezze, mentre trasforma le geometrie di ciò che mi è noto. Io alle mani soffro di geloni, ma la neve mi piace pure toccarla, per scoprire quale mai sia la consistenza dello stupore.

Ecco, io credo che in fondo la neve sia il modo in cui Dio ricorda ad ognuno di meravigliarsi.

 

 

 

 

Senza eco

Ci sono tanti suoni che non ascolterò mai più.
Erano tardi pomeriggi estivi ed io ero una bambina.
Nel negozio di mamma, aspettavo di veder salire mio
nonno, di ritorno dal bar delle sue partite a carte.
Nella sua
tasca, c’erano sempre caramelle, Duplo o cose simili.
Io lo sapevo, ma ogni volta mi piaceva aspettare che vi si infilasse la mano, così da generare lo scricchiolio di carta alluminio.
Non so descrivervi la gioia che saliva dentro di me, non so descrivervi gli occhi di mio nonno quando incrociava i miei e non so parlarvi dell’amore che c’era dietro un gesto.
Il tempo che è passato dall’ultima carezza non lo conto più.
Fra tutti i suoni che non potrò ascoltare, quello che più mi manca oggi è il rumore della mano nella tasca di mio nonno.