San Lorenzo

Ero una bambina.

Ero una bambina la notte di San Lorenzo di qualche anno fa, quando pochi giorni prima si diffuse la notizia che la mamma di un mio compagno di scuola era malata. Non di una malattia semplice, ma di uno di quei mali che, ancora oggi, nei piccoli paesi tendiamo a definire brutti. La morte di un genitore, a quella età, non è una cosa nemmeno ipotizzabile e allora, vuoi per eccesso di empatia, vuoi per un egoistico timore che sdoganata una poi succedesse pure a noi, io e le mie due amiche di quell’epoca organizzammo un piano di battaglia.

Eravamo bambine, ma quella era la notte in cui cadono le stelle, per cui decidemmo di concentrare forze e desideri sulla guarigione di una mamma che avrebbe potuto essere la nostra. Tramontato il sole, scendemmo sulla spiaggia, allora ancora libera, e ci posizionammo occhi al cielo su una delle tante barche a riposo sopra l’arenile. Le luci del paese non furono d’aiuto, ma in tre e dopo tante ore vedemmo un paio di stelle. Durante il passaggio di ogni scia, in un silenzio quasi religioso, ciascuna chiese all’astro che moriva quanto concordato. Il nostro compito terminò all’ora della ritirata.

Oggi quelle amiche non le vedo più. La mamma del nostro ex compagno di scuola adesso fa la nonna.

 

Tempi maturi

Tempo di libri sfogliati controvoglia per l’ultimo ripasso, alcuni con la certezza di non riaprirli più. Tempo che ormai non c’è più tempo e quel che è fatto e fatto.

Tempo di promesse che “ci si rivede fra un anno, tutti, sempre qui”: tempo di bugie.

Tempo che scorre in fretta e tu gli corri avanti, tempo che il mondo è tuo e puoi distruggerlo e rifarlo, perché senti che sei libero e forse, in qualche modo, non sei così distante dall’idea di libertà.

Tempo che ti sfida e poi ti sfugge, tempo che ti credi onnipotente. E forse, in qualche, lo sei anche.

Ai maturandi di ogni Tempo-

 

Il setaccio dei ricordi

Primo maggio 2006.
Primo ed ultimo concerto in piazza San Giovanni a Roma.
Non ricordo chi lo conducesse e nemmeno chi ci cantasse, ad eccezione di un Ligabue che urlava contro il cielo.
Ricordo l’amico che mi accompagnò e l’amica, già persa da tempo, con cui mi diedi appuntamento accanto a un centro commerciale.
Ricordo una mail che inviai quel giorno ad un ragazzo innamorato e l’internet point da cui lo feci; ricordo il caldo e gli spruzzi d’acqua sopra una folla sudata.
È strano accorgersi di quanto la memoria faccia quel che le pare e scelga di conservare dettagli, apparentemente insignificanti, con buona pace di tutto il resto.
E vien quasi da credere che anche i ricordi, l’unica cosa che davvero si possiede, in fondo in fondo non siano poi così nostri.

Gatti neri e uova giganti

Erano giorni di festa, quelli, in casa mia. C’erano gli zii del Nord e tanto bastava: la Pasqua era un fatto accidentale.

Dal giorno in cui, due settimane prima, i parenti lontani, in senso geografico, annunciarono la loro venuta, gli stipi avevano cominciato a riempirsi di qualsiasi cosa, purché fosse superflua. Dalle Colombe di vari formati, dal tacchino al colibrì, alla più esotica della frutta essiccata, tutto sapientemente nascosto all’interno dei tegami meno utilizzati, affinché non venisse impunemente consumato prima del tempo stabilito.

Quelli che erano giorni di festa lo furono ancora di più, quando al citofono ci fu rivelato che avevamo vinto il gigantesco uovo pasquale, in bella mostra nella vetrina della piccola salumeria sotto casa. Mia nonna aveva acquistato a nostra insaputa uno dei biglietti necessari per tentar quella sorte, cosa che, conoscendola, fece più per incapacità a rifiutare l’invito, che per il desiderio di vincere il premio.

Fatto sta che quando il pantagruelico uovo varcò la porta di ingresso a me parve ancora più grosso e di certo lo era assai più di me.

Aprirlo fu un rituale che officiarono i grandi ed io lo osservai in religioso silenzio, dividendomi col gatto nero lo spazio in braccio a mia nonna.

La meraviglia di quella bambina non fu scalfita neanche in minima parte dalla discutibile collana di perle che ne venne fuori. Dimostrando, peraltro, che mai da nessuno scrigno goloso potrà venir fuori la felicità.

L’uovo, comunque, ebbe vita breve, ma è ancora visibile, così come il gatto nero, in foto scattate per l’occasione.

Molti anni dopo, dai tegami in disuso negli stipi più in alto, abbiamo trovato la frutta essiccata.

 

Fuori stagione

Quell’anno l’estate era finita un poco prima.

Era venerdì e, come ogni sacrosanta settimana estiva, tornavo nella casa che tuttora impropriamente definisco mia.

Quell’anno l’estate era finita una sera di settembre, in cui una tempesta di fulmini mi accolse con mia madre, ombrelli e infradito, che chiedeva, a se stessa più che a me, chi diavolo me lo avesse fatto fare.

Non so se l’ho mai detto, ma io ho una passione per i temporali. E non so neanche se ho mai detto questo, ma la mia Terra è addirittura più bella durante la tempesta. Durante la tempesta, che sia di cielo o mare, la natura sfoga i propri malumori e, per una catarsi che non so spiegare, è come se sfogasse pure i miei.

Così, espletati velocemente i saluti rituali, mi diressi sul balcone, postazione favorita sin da piccola, per aspettare che si placasse l’aria. Balcone da cui oggi non posso più guardare ma che – ironia della sorte – posso osservare da quello della nuova casa dei miei che, per inciso, mia non sarà mai.

Balcone da cui, quella sera in cui finì l’estate, vidi fulmini cadere sopra il mare, in un silenzio rotto solo da un vicino di terrazzo stagionale, improvvisatosi tenore.

Si affacciò senza preavviso e a petto nudo, come il noto egoista di una pubblicità, e cominciò a cantare, quasi a voler intimorire i tuoni.

Torna maggio e torna ‘ammore: fa’ de me chello che vuó. Torna maggio e torna ‘ammore: fa’ de me chello che vuó.

 

 

Scatole speciali

Già da diversi anni non ci vivevo più, ma standoci i miei, restava comunque casa mia.

Poi un giorno loro se ne andarono in una nuova, più comoda di certo e, forse, più bella. Mi resi  conto tardi che dovevo dirle addio.

Addio al balcone su cui bambina mi agitavo credendo di fare ginnastica; lo stesso sul quale, più grande, mia nonna mi lesse l’Odissea. Addio al corridoio in cui lo zio Frank mi fece togliere le rotelle alla bici e che per me e papà fu campo di calcio e pallavolo. Corridoio in cui rotolarono birilli, volarono aerei di carta, frecce, volani.  E quadri, quadri assai.

Addio anche alla porta, da cui spuntava il sorriso di mia nonna, e ad ogni spigolo pieno dei ricordi di una bimba, cresciuta, ma non troppo; non abbastanza da imparare a dire addio. Ma tanto quello non si impara mai, lo si dice e basta, quasi per inerzia, serbando dentro un angolo di cuore tutto ciò che è stato.

Un angolo di cuore come uno scatolone, in cui tutti ordinatamente riponiamo quelle cose che non possono più essere, così da trovarle subito quando vogliamo farci male: progetti, liste di cose che avremmo dovuto ricordare, vecchie foto e sogni usciti fuori dai cassetti.

E chissà di che materiale è fatta la vita stipata nelle scatole interiori, ché ad annusarla dopo tanto tempo non sembra neanche andata a male.

 

 

Il motivo

Sì, insomma, scopri che non puoi avere figli e la prima cosa che ti salta in mente è scriverci un libro?

Non è andata esattamente così.

La prima cosa che fai è piangere. La seconda pure.

Poi cerchi di razionalizzare, ma riesci solo a piangere di nuovo.

Allora per andare avanti ti inventi un modo per non impazzire, che è meglio mantenersi lucida, casomai alla fine un figlio poi arrivasse.

E il mio è stato scrivere. Scrivere quello che avevo vissuto e che stavo vivendo, ma non come un diario, che quelli sono fra le tante cose che non  ho mai potuto sopportare.

Ho scritto a me, guardandomi da fuori. Ho scritto a me per darmi consigli.

Ho scritto a me di quel dolore che era mio, perché volevo sfotterlo per riderne. Per ridere.

La verità è che ognuno ha il proprio modo per non impazzire e questo, semplicemente, è stato il mio.

C’è chi si dedica a uno sport, chi al bricolage, chi fa l’amore (io manco quello, ma il perché lo scoprite leggendo il libro) chi rompe le palle al prossimo, chi mangia, chi beve e chi scrive.

Ecco, io scrivo per lasciare andare.

 

 

Lettere lontane

Alla Befana io ci credo. Ci ho creduto sempre.

E pure a Babbo Natale, per dir la verità. Insomma, a tutti quelli che, senza palesarsi, erano soliti lasciarmi dei regali.

Ora, non che io sia una credulona, ma se mamma e papà mi dicono che è vero, è vero senza dubbio. Perché mamma e papà bugie non me ne hanno dette mai.

Per cui, la lettera io l’ho scritta sempre, all’uno come all’altra, pur senza mai specificare una richiesta; era piuttosto una lettera di cortesia, per sapere a distanza di un anno come stessero, che sai com’è a una certa età. Per il regalo lasciavo libertà d’azione, perché ad essere sincera nemmeno da bambina ho mai desiderato nulla. O almeno nulla che entrasse dentro un pacco. E allora scrivevo “fate voi”, ché tanto a me bastava trovarlo sotto l’albero e toccarlo; mi piaceva immaginare dalla carta cosa fosse, ma soprattutto mi piaceva l’idea che lo avessero portato loro, da lontano.

Che fossero venuti quella notte, a lasciarlo lì per me. E che avessero bevuto il latte coi biscotti che lasciavo io per loro.

Quella notte in cui io fingevo di dormire, perché lo sanno tutti che, una volta che li vedi, non ritornano. E io, lo giuro, non li vidi mai.

Eppure, a un certo punto, non sono più tornati. Perché sono cresciuta, io credo.

I genitori dei miei amici, un giorno, confessarono: Babbo Natale e la Befana erano sempre stati loro.

I miei, invece, no; papà addirittura diceva di aver visto la slitta prima, e poi la scopa, dalla finestra della mia stanzetta. E ve l’ho detto che se mamma o papà mi dicono qualcosa, è vera senza dubbio.

Comunque, visto che ormai sono cresciuta e loro vanno solo dai bambini, io la lettera non la scrivo più; però c’ho ancora conservate quelle loro. Perché a me Babbo Natale e la Befana, oltre al regalo, lasciavano pure la risposta.

 

 

 

 

Battaglia Natale

Reduce da una notte in bianco, la mia mattinata è cominciata con bruciore di stomaco a cui è seguito il vomito.
Quando a distanza di qualche ora ho cercato di alzarmi, delle fitte fra il collo e le spalle mi hanno annunciato l’inattesa contrattura.
Telefono a mia suocera, che notoriamente sostituisce la farmacia di turno, e mi faccio recapitare muscoril e dicloreum -“fa’ vede’ che abbondiamo”- in pratiche fiale da iniettare.
A casa sono presenti, oltre a mio figlio, un marito reduce da notte insonne e una madre atta a tuculiare la carrozzina, al fine di addormentare il figlio di cui sopra, nonché a praticare l’iniezione.
Interrotta l’attività tuculiatoria, si accinge ad inserire la siringa, che non appena estratta mi vede preda di una calo di pressione.
In pochi secondi mi ritrovo distesa sul divano con le gambe alte sul fasciatoio adiacente e il culo ancora all’aria; il tutto abbinato ad un pigiama spezzato, poiché sui pantaloni originali aveva provveduto ieri notte a vomitare Ascanio. Pigiama di pile, per la cronaca, agganciato in calzettoni di pile e abbinato a vestaglia dello stesso materiale.
Sempre per amor di verità, non si può trascurare che i capelli miei e quelli di mia madre, la tuculiatrice, sommati arrivano a un livello di untuosità che manco “Farchioni, mi passi l’olio?”.
E mentre sono all’apice dell’inguardabilità, mi tornano alla mente le mie meravigliose ciglia, magistralmente allungate per le feste e che nel contesto odierno hanno anche un non so che di grottesco; ciglia che naturalmente non potrò sfruttare, ragion per cui non appena starò meglio mi toccherà uscire ed ammiccare forsennatamente a tutti. E che ne viene viene.
Per non parlare dei 36 (e dico trentasei) euri al chilo di panettone di De Riso con crema di pistacchio, che la nausea non mi farà mangiare e che fino ad oggi avevo solo annusato dal cartone, attualmente intonso per decenza più che per tradizione.
Mio figlio, che da un po’ cercava i mezzi per uccidermi (il primo è stato venir fuori attraverso le mie parti basse) nel frattempo, osserva gli eventi dalla carrozzina, sorridendo tronfio per questo difficile colpo messo a segno nella sua battaglia navale umana.
Colpita e affondata!

 

 

 

Senza eco

Ci sono tanti suoni che non ascolterò mai più.
Erano tardi pomeriggi estivi ed io ero una bambina.
Nel negozio di mamma, aspettavo di veder salire mio
nonno, di ritorno dal bar delle sue partite a carte.
Nella sua
tasca, c’erano sempre caramelle, Duplo o cose simili.
Io lo sapevo, ma ogni volta mi piaceva aspettare che vi si infilasse la mano, così da generare lo scricchiolio di carta alluminio.
Non so descrivervi la gioia che saliva dentro di me, non so descrivervi gli occhi di mio nonno quando incrociava i miei e non so parlarvi dell’amore che c’era dietro un gesto.
Il tempo che è passato dall’ultima carezza non lo conto più.
Fra tutti i suoni che non potrò ascoltare, quello che più mi manca oggi è il rumore della mano nella tasca di mio nonno.