Voglia di fragole

Ricordo a memoria il primo capitolo, quello che poi è diventato il capitolo zero. E ricordo a memoria quel pomeriggio di quasi tre anni fa, quello in cui, rientrata a casa, mi misi davanti al PC.

Un pomeriggio di merda, per dirla con franchezza, non diverso dai molti di quell’epoca. Un pomeriggio di merda, esattamente così come mi sentivo.

Lui mi spronava a reagire, a guardare le cose con lucidità, ché scindendo i problemi reali dalle paranoie è più facile affrontarli. Quel pomeriggio provai a dargli retta, lasciando alle dita sulla tastiera il compito arduo di far da setaccio.

Così quel capitolo, che ora ricordo a memoria, fu presto seguito da altri, che col tempo trovarono anche l’esatta reciproca collocazione. Quello, però, è sempre rimasto il primo fra tutti. E, resti fra noi, fra tutti il solo a cui non ho mai cambiato neppure, letteralmente, una virgola.

Non credevo, in quel pomeriggio di merda, che le mie parole avrebbero avuto un corpo. E – forse sarò anche di parte – non mi sembra sia poi così male.

 

San Valentino

Io l’amore l’ho visto. L’ho visto davvero.

Chiaro, nei volti di donne in sale d’attesa.

Amore violento che tormenta i sogni, lasciando al mattino le tracce sul contorno occhi. Amore romantico di sorrisi e imbarazzo.

Amore aspettato di unghie mangiate, perché quello vero, da che mondo è mondo, si è sempre fatto desiderare.

Amore cercato e non ricambiato, ché tanto lui basta a se stesso.

Amore di disperazione e speranze, nutrite, illuse, talvolta perdute, ma mai, dico mai, dimenticate.

Imperturbabile amore di corpi esplorati da gente che per mestiere fa nascere amore.

Ho visto l’amore muoversi agile fra iniezioni e camici bianchi. Amore nascosto e inaspettato.

Che ognuno lo trovi, là dove credeva di aver già guardato.

 

Scatole speciali

Già da diversi anni non ci vivevo più, ma standoci i miei, restava comunque casa mia.

Poi un giorno loro se ne andarono in una nuova, più comoda di certo e, forse, più bella. Mi resi  conto tardi che dovevo dirle addio.

Addio al balcone su cui bambina mi agitavo credendo di fare ginnastica; lo stesso sul quale, più grande, mia nonna mi lesse l’Odissea. Addio al corridoio in cui lo zio Frank mi fece togliere le rotelle alla bici e che per me e papà fu campo di calcio e pallavolo. Corridoio in cui rotolarono birilli, volarono aerei di carta, frecce, volani.  E quadri, quadri assai.

Addio anche alla porta, da cui spuntava il sorriso di mia nonna, e ad ogni spigolo pieno dei ricordi di una bimba, cresciuta, ma non troppo; non abbastanza da imparare a dire addio. Ma tanto quello non si impara mai, lo si dice e basta, quasi per inerzia, serbando dentro un angolo di cuore tutto ciò che è stato.

Un angolo di cuore come uno scatolone, in cui tutti ordinatamente riponiamo quelle cose che non possono più essere, così da trovarle subito quando vogliamo farci male: progetti, liste di cose che avremmo dovuto ricordare, vecchie foto e sogni usciti fuori dai cassetti.

E chissà di che materiale è fatta la vita stipata nelle scatole interiori, ché ad annusarla dopo tanto tempo non sembra neanche andata a male.

 

 

Il motivo

Sì, insomma, scopri che non puoi avere figli e la prima cosa che ti salta in mente è scriverci un libro?

Non è andata esattamente così.

La prima cosa che fai è piangere. La seconda pure.

Poi cerchi di razionalizzare, ma riesci solo a piangere di nuovo.

Allora per andare avanti ti inventi un modo per non impazzire, che è meglio mantenersi lucida, casomai alla fine un figlio poi arrivasse.

E il mio è stato scrivere. Scrivere quello che avevo vissuto e che stavo vivendo, ma non come un diario, che quelli sono fra le tante cose che non  ho mai potuto sopportare.

Ho scritto a me, guardandomi da fuori. Ho scritto a me per darmi consigli.

Ho scritto a me di quel dolore che era mio, perché volevo sfotterlo per riderne. Per ridere.

La verità è che ognuno ha il proprio modo per non impazzire e questo, semplicemente, è stato il mio.

C’è chi si dedica a uno sport, chi al bricolage, chi fa l’amore (io manco quello, ma il perché lo scoprite leggendo il libro) chi rompe le palle al prossimo, chi mangia, chi beve e chi scrive.

Ecco, io scrivo per lasciare andare.

 

 

Radunate i parenti

Per le feste di Natale ho fatto le extension alle ciglia.

Ogni pelo del mio occhio sapientemente allungato da altrettanti peli di non  meglio specificata provenienza.

Settanta per palpebra. Una cosa sobria.

Considerato che a nessun veglione, festa danzante o party esclusivo avrei potuto ostentarle, vista la presenza di un figlio di quattro mesi scarsi,  avevo già abbandonato il proposito di diventare protagonista di originalissime foto con bicchiere in mano e sguardo da figa.

“Ma non finisce mica il cielo”, insomma, Natale è per eccellenza la festa delle famiglie, nonché l’occasione migliore per rivedere i parenti lontani, mostrando loro l’eccellente ripresa post-partum.

Le mie meravigliose ciglia finte sarebbero servite a distogliere l’attenzione dalle occhiaie, figlie di notti insonni, e il correttore avrebbe ultimato il piano ordito dalla vanità.

E’ il primo gennaio, i parenti lontani sono vicinissimi ed io come al solito ho dormito poco, ma già so come ovviare al problema.

Faccio per alzarmi, quando i dolori alle ossa mi danno il buongiorno, un attimo prima che la gola paia non voler far passare nemmeno i miei consueti due bicchieri d’acqua, atti a tenere a bada la ritenzione idrica.

La mia temperatura corporea, che normalmente si aggira intorno a un cadaverico 35.5, arriva in poche ore a un bel 38 pieno, cosa che comunico a tutti, al grido di “Radunate i parenti!”.

Anzi, no, facciamo che non vengano i parenti, che io sono in un poco festivo e scoordinato pigiama + vestaglia in pile, e con gli occhi gonfi come una murena; i capelli, quelli per fortuna li ho lavati ieri. Ché quando diventi madre capisci il senso profondo di “non rimandare a domani quello  che puoi fare oggi”, del tipo che il lunedì a colazione mangi fino al pranzo del mercoledì compreso.

Sconfortata, attendo l’arrivo degli ospiti sul divano, con le fattezze di una medusa adagiata sull’arenile, accarezzando la smisurata curva delle mie ciglia, al ritmo dei respiri affannati.

Loro entrano, nei vestiti della festa in cui domani non entreranno più,  ed io decido di puntare sulla pietà.

La cena fila liscia, con me che racconto fino allo sfinimento di com’è che ho scritto un libro e aperto un blog e le presentazioni che farò eccetera eccetera, ché tanto vale mostrarsi intelligenti, quando non puoi sembrare gnocca.

Felice di aver suscitato l’interesse di qualche commensale -certo, la zia Titina dorme dall’antipasto di salmone affumicato- mi alzo per rispondere al pianto di mio figlio. Ed è mentre mi sforzo di avere un passo fluido e regale, a dispetto dei dolori, che la merdosissima uva passa di uno dei quindici panettoni mi finisce sotto la ciabatta, facendomi fluidamente cadere fra le risa generali.

Inchino, fiori sul palco, sipario.

 

 

Battaglia Natale

Reduce da una notte in bianco, la mia mattinata è cominciata con bruciore di stomaco a cui è seguito il vomito.
Quando a distanza di qualche ora ho cercato di alzarmi, delle fitte fra il collo e le spalle mi hanno annunciato l’inattesa contrattura.
Telefono a mia suocera, che notoriamente sostituisce la farmacia di turno, e mi faccio recapitare muscoril e dicloreum -“fa’ vede’ che abbondiamo”- in pratiche fiale da iniettare.
A casa sono presenti, oltre a mio figlio, un marito reduce da notte insonne e una madre atta a tuculiare la carrozzina, al fine di addormentare il figlio di cui sopra, nonché a praticare l’iniezione.
Interrotta l’attività tuculiatoria, si accinge ad inserire la siringa, che non appena estratta mi vede preda di una calo di pressione.
In pochi secondi mi ritrovo distesa sul divano con le gambe alte sul fasciatoio adiacente e il culo ancora all’aria; il tutto abbinato ad un pigiama spezzato, poiché sui pantaloni originali aveva provveduto ieri notte a vomitare Ascanio. Pigiama di pile, per la cronaca, agganciato in calzettoni di pile e abbinato a vestaglia dello stesso materiale.
Sempre per amor di verità, non si può trascurare che i capelli miei e quelli di mia madre, la tuculiatrice, sommati arrivano a un livello di untuosità che manco “Farchioni, mi passi l’olio?”.
E mentre sono all’apice dell’inguardabilità, mi tornano alla mente le mie meravigliose ciglia, magistralmente allungate per le feste e che nel contesto odierno hanno anche un non so che di grottesco; ciglia che naturalmente non potrò sfruttare, ragion per cui non appena starò meglio mi toccherà uscire ed ammiccare forsennatamente a tutti. E che ne viene viene.
Per non parlare dei 36 (e dico trentasei) euri al chilo di panettone di De Riso con crema di pistacchio, che la nausea non mi farà mangiare e che fino ad oggi avevo solo annusato dal cartone, attualmente intonso per decenza più che per tradizione.
Mio figlio, che da un po’ cercava i mezzi per uccidermi (il primo è stato venir fuori attraverso le mie parti basse) nel frattempo, osserva gli eventi dalla carrozzina, sorridendo tronfio per questo difficile colpo messo a segno nella sua battaglia navale umana.
Colpita e affondata!

 

 

 

Sabbia di dicembre

L’Isola era fatta di Vento.
Nei giorni in cui era più forte mi piaceva inseguirlo per la strada panoramica, fino a scoprire dove aveva spinto il mare.
E un’isola, si sa, è fatta sempre anche di Mare.
Mi piaceva, quando l’estate era finita, attraversare il ponte che porta lì a Caprera e fermarmi su i Due Mari a respirare, oppure attendere la sera per poter vedere un cielo pulito di altri tempi.
Mi piaceva essere parte di una terra, che per alcuni sa di isolamento, mentre è solo privilegio.
Perché -badate bene- è l’Isola che sceglie e se ti sceglie poi ti resta.
Ti restano il profumo del mirto, il sole dietro Santo Stefano e una manciata di sabbia sottile fra i neuroni, il che spiega pure tante cose.
Ti resta la voglia strampalata di scriverne ancora, in un giorno di dicembre, quando non ti manca niente.
E ti resta, in un posto che non sai, l’ultimo soffio di un maestrale, pronto a scuoterti l’anima come le foglie del ginepro.

-A La Maddalena, che ho nel cuore e che ha un pezzo del mio-

 

 

 

 

La bambina e la gaggia

C’era il sole, quel pomeriggio sul terrazzo dell’unica casa che credo riuscirò a chiamare mia.
C’era mia nonna con la sua adorata gaggia* e c’erano i miei dieci anni.
L’immagine femminile che trasmettono i mass media è stata sempre quanto di più lontano esista dalla realtà. E così era anche allora, anche per una bambina. Anche per quella del terrazzo col sole e la gaggia.
Una bambina goffa, coi capelli sempre troppo corti e i vestiti troppo larghi, che si incantava a guardare la bellezza rappresentata dalle sue coetanee alla TV: i capelli fluenti, i lineamenti delicati e il sorriso perfetto. Il sorriso, in particolare, le piaceva; quei denti così meravigliosamente dritti che spuntavano all’apparire della bambola di turno, mentre i suoi, indisciplinati dentro un orribile apparecchio ortodontico, li teneva ben nascosti.
Fu così che la Me bambina, precocemente insicura del suo aspetto, ebbe quel pomeriggio l’audacia di chiedere a sua nonna, che amava da morire, ma mai quanto sua nonna amasse lei, se per un caso fortuito la trovasse “bella”.
La risposta di sua nonna, che poi era la mia e che bugie non ne ha mai sapute dire, fu: “Bell’ ‘a nonn’, tu non sei né brutta né bella: sei normale”.
La bambina, che poi ero io, rimase perplessa per un po’, ché spesso l’onestà fa questo effetto. Poi tornò a sedersi sul gradino del terrazzo, ai piedi di sua nonna, con di fronte il sole e la gaggia.
Sua nonna, nel frattempo, le leggeva l’Odissea.

 

 

Senza eco

Ci sono tanti suoni che non ascolterò mai più.
Erano tardi pomeriggi estivi ed io ero una bambina.
Nel negozio di mamma, aspettavo di veder salire mio
nonno, di ritorno dal bar delle sue partite a carte.
Nella sua
tasca, c’erano sempre caramelle, Duplo o cose simili.
Io lo sapevo, ma ogni volta mi piaceva aspettare che vi si infilasse la mano, così da generare lo scricchiolio di carta alluminio.
Non so descrivervi la gioia che saliva dentro di me, non so descrivervi gli occhi di mio nonno quando incrociava i miei e non so parlarvi dell’amore che c’era dietro un gesto.
Il tempo che è passato dall’ultima carezza non lo conto più.
Fra tutti i suoni che non potrò ascoltare, quello che più mi manca oggi è il rumore della mano nella tasca di mio nonno.